| Il
Bullismo
Ricerca effettuata dal Dott. Fulvio Panizza, Specialista in criminologia
clinica
La
socializzazione
Di solito siamo abituati a dividere la vita umana in tre fasi: l’infanzia,
l’adolescenza e l’età adulta, considerando le prime
due come periodi di apprendimento e l’ultima come un periodo in
cui si utilizza ciò che si è imparato ma, soprattutto nell’ultimo
ventennio, gli studiosi hanno posto la loro attenzione anche sugli aspetti
evolutivi e dinamici della vita adulta. Brim è stato uno dei primi
a descrivere la socializzazione come un periodo che continua per tutta
la vita.
Ma come potremmo definire la socializzazione?
Per socializzazione si intende quel processo con il quale apprendiamo
le abilità e gli atteggiamenti legati al nostro ruolo sociale;
senza la socializzazione non saremmo in grado di
interagire, di lavorare in un gruppo o di esercitare una qualsiasi forma
di autocontrollo. La socializzazione consente di conoscere i comportamenti
da adottare nelle varie situazioni e soprattutto, anche se non ce ne rendiamo
conto, di inserire nuovi membri nella società che, interiorizzando
i suoi valori, possano adottarli e trasmetterli in modo da preservare
il gruppo. La socializzazione non è quindi un processo semplice
e a senso unico, altrimenti vivremmo tutti insieme senza conflitti; il
rapporto tra singoli individui e società rappresenta una sorta
di negoziato, fatto spesso di sottili lotte con chi intendeva
“plasmarci” o “raddrizzarci” contro la nostra
volontà. La socializzazione ci cambia, ma attraverso la resistenza,
la ribellione e la sfida anche noi, a nostra volta, cambiamo il processo
di socializzazione anche se, più spesso, cooperiamo con chi cerca
di modificarci. Talvolta i risultati finali possono non essere quelli
sperati dai nostri genitori o da altri; la socializzazione, in certi casi,
può bloccare certe persone dal punto di vista emotivo e renderle
inadatte a determinati ruoli e, nei casi più estremi, certi modelli
di comunicazione familiare hanno dei legami con la malattia mentale. L’educatore
deve tener conto che la socializzazione può spingere gli individui
a ribellarsi allo status quo e che in questo processo così ampio
e totalizzante assumono una grossa parte i limiti dati dai fattori biologici
di ognuno di noi e che ogni conoscenza, valore o simbolo non deve essere
imposto o dato per incontrovertibile ma, perché il processo di
socializzazione possa dirsi riuscito, per una persona, devono verificarsi
almeno tre condizioni:
• deve capire cosa ci si aspetta da lei e quale comportamento è
implicito nei vari ruoli che assume;
• deve sviluppare la capacità (intellettuale, sociale, fisica)
di soddisfare le esigenze connesse a questi ruoli;
• deve acquisire il desiderio di essere adeguata rispetto a un ruolo
e quindi possedere un certo grado di accettazione delle regole della società.
La socializzazione infantile risulta, quindi, un processo delicato
perché influisce sui valori di base; i bambini prendono sul serio
le aspettative ideali e, solo col tempo, impareranno a distinguere tra
queste e quanto ci si può ragionevolmente attendere in una situazione.
Nei primi anni di vita i più importanti agenti di socializzazione
sono i genitori, i fratelli e le sorelle, i parenti e gli amici; la funzione
di questa prima socializzazione non è quella di instillare la conoscenza
sui ruoli ma quella di motivare il bambino ad affidarsi agli altri: per
far ciò, se ne trasformano le esigenze fisiche in esigenze di riconoscimento
e di approvazione e si premiano questi bisogni. In questo modo, durante
la prima infanzia, si instilla la fiducia, l’obbedienza e il desiderio
di piacere.
La socializzazione non è una catena di montaggio dalla quale escono
membri della società perfetti; non è neppure la somma algebrica
dei desideri, dei progetti e dell’impegno profuso ai diversi livelli
come non la si può mai dire completamente e perfettamente riuscita.
Tuttavia vi sono insuccessi nella socializzazione più gravi di
altri e, alcuni, possono sfociare in tragedie personali.
Tra i tre e gli otto anni aumentano le persone che entrano in contatto
con il bambino, ma anche il programma cambia. Con le maestre d’asilo,
gli insegnanti, gli animatori, i catechisti, ecc. viene posto l’accento
sull’acquisizione di capacità cognitive e percettive, come
l’apprendimento dell’uso delle lettere e dei numeri e sulla
conoscenza di serie complesse di regole. Nel periodo scolastico, il gruppo
dei pari diventa sempre più importante e, raggiunta la pubertà,
il gruppo può avere un’influenza maggiore
di quella dei genitori.
E’ in questi anni che lo sviluppo personale (senso di fiducia, obbedienza,
desiderio di approvazione sociale) si accresce sulle basi gettate nella
prima infanzia. Durante l’adolescenza l’influenza della scuola
e della famiglia si affievolisce a tutto vantaggio del gruppo dei pari
ed è in questa fase dello sviluppo individuale che, generalmente,
si vengono a definire i diversi percorsi di vita dei singoli: alcuni lasciano
la scuola ed entrano nel mondo del lavoro, altri proseguono, c’è
chi si sposa presto e chi rinvia il matrimonio; in ogni caso, qualsiasi
sia la strada intrapresa, non è mai scissa dalla storia che ciascuno
ha alle spalle e dalla sua concreta appartenenza sociale.
Il bullismo
Detto ciò, in questa sede, è mia intenzione apportare alcune
riflessioni riferite al gruppo dei pari, sia compagni di classe sia amici
che tanta parte hanno nell’orientare scelte e atteggiamenti dei
nostri figli e allievi e contro i quali spesso ci sentiamo lontani ma
soprattutto disarmati. Si tratta del bullismo,
fenomeno sempre più diffuso nelle scuole elementari e medie. Il
termine bullismo è la traduzione italiana dall'inglese "bullying"
ed è utilizzato per designare i comportamenti con i quali un singolo
o un gruppo, ripetutamente, fa o dice cose per avere potere o dominare
una persona o un altro gruppo1nota. Il termine
"bullying" include sia i comportamenti del "persecutore"
sia quelli della "vittima" ponendo al centro dell'attenzione
la relazione nel suo insieme.
L’individuo è portato a subire la pressione del gruppo, chi
si rifiuta di accettare una proposta ha una varietà di atteggiamenti
tra chi rimane sicuro di sé e chi diventa progressivamente incerto
e disorientato ma, all’interno di queste dinamiche, è stato
sperimentato che, quando una persona può contare su un appoggio
anche minimo, il potere del gruppo diminuisce notevolmente. Nelle relazioni
adulte, le persone coinvolte in una normale “disputa” tra
pari:
• non insistono oltre un certo limite per imporre la propria volontà;
• spiegano il perché sono in disaccordo manifestando le proprie
ragioni;
• si scusano o cercano soluzioni mediate o di compromesso;
• si accordano e negoziano per soddisfare i propri bisogni;
• sono in grado di cambiare argomento e di allontanarsi.
In una situazione
di normale conflitto tra bambini o adolescenti, invece,
nessuno di questi elementi è presente e ciò può essere
fonte di problematiche di non poco conto perché viene ad influenzare
atteggiamenti e scelte di vita, è il bullismo.
Spesso non gli si dà molta importanza perché lo si confonde
con i normali conflitti fra coetanei, ma a ben guardare, il bullismo,
può essere rilevato da alcune caratteristiche peculiari:
1
Essere membri di un gruppo significa far parte di un insieme di persone
che interagiscono tra loro in un modo strutturato
da modelli, che sentono di appartenere al gruppo e che sono considerati
dagli altri come membri del gruppo stesso.
• dall’intenzione
di fare del male e dalla mancanza di compassione: il bullo prova
piacere nel disturbare, insultare, picchiare o danneggiare nelle cose
la "vittima" e continua anche quando è evidente che la
vittima sta molto male ed è angosciata.
• intensità e durata: il bullismo è
diverso dai dispetti, dalle zuffe o dalle risse che normalmente avvengono
nel cortile della scuola, continua per un lungo periodo di tempo e la
quantità di prepotenze fa diminuire la stima di sé da parte
della vittima.
• potere del "bullo": il bullo ha maggior
potere della vittima a causa dell'età, della forza, della grandezza
o del genere (ad es. maschio più forte della femmina). Il bullo
a volte riesce a esercitare il suo potere non solo perché è
più grande o più forte, ma perché spesso altri bambini
si alleano con lui per proteggere sé stessi.
• vulnerabilità della vittima: la vittima
è più sensibile degli altri coetanei alle prese in giro,
non sa o non può difendersi adeguatamente e, come vedremo in seguito,
non sempre ha delle caratteristiche fisiche o psicologiche che la rendano
più incline alla vittimizzazione.
L’asimmetria delle forze rende sempre più probabile il ripetersi
dell’aggressione e rende sempre meno pari i coetanei: ovvero il
bullo diventa sempre più potente rispetto alla vittima.
La ricerca mostra che i ragazzi subiscono atti di bullismo più
spesso da parte di un singolo individuo mentre le ragazze da parte di
gruppi di individui. Non c’è alcuna differenza nel numero
dei ragazzi e delle ragazze soggetti ad atti di bullismo. I bambini generalmente
sono soggetti ad atti di bullismo nei primi anni delle scuola primaria
e nei primi anni della scuola secondaria.
• mancanza di sostegno: la vittima si sente isolata
ed esposta, spesso ha molta paura di riferire gli episodi perché
teme rappresaglie e vendette. La grandezza della scuola, se è una
scuola pubblica o privata, maschile o femminile oppure mista, non incide
in modo significativo sulla frequenza degli atti di bullismo.
• conseguenze: il danno per l'autostima della vittima
si mantiene nel tempo e induce la persona ad un considerevole disinvestimento
nella scuola e, talvolta, alcune vittime diventano a loro volta aggressori.
Diciamo che un ragazzo subisce delle prepotenze quando un altro ragazzo,
o un gruppo di ragazzi, gli dicono cose cattive e spiacevoli, quando riceve
bigliettini con offese o parolacce, quando viene deriso o preso ripetutamente
in giro (bullismo verbale diretto) ma anche quando il ragazzo
riceve colpi, pugni, calci, atterramenti e minacce, quando viene rinchiuso
in una stanza, quando gli vengono sottratti o danneggiati oggetti di proprietà
(bullismo fisico diretto). Esiste poi una forma di bullismo indiretto
quando nessuno gli rivolge mai la parola, quando viene seguito e guardato
con cattiveria, quando viene escluso dai gruppi di aggregazione o quando
vengono diffuse dicerie che lo pongono in cattiva luce.
Le manifestazioni del bullismo dipendono dall’età e dal genere:
con l’età emerge la tendenza a una limitazione dell’aggressività
fisica mentre si assiste a un aumento delle molestie sottili e indirette.
Le risposte delle vittime indicano che la maggior parte dei prepotenti
è di sesso maschile e della stessa età del soggetto. Nelle
scuole elementari i bambini non sono quasi mai vittimizzati dalle bambine;
inoltre, per le femmine, il fenomeno delle prepotenze è più
ristretto all’ambito della propria classe mentre per i maschi si
allarga a tutta la scuola. Nelle medie le prepotenze maschili sono legate
a dinamiche di potere e di matrice sessuale: la prima interessa il rapporto
maschiomaschio per stabilire chi è più forte mentre la seconda
riguarda il rapporto maschio-femmina ed esprime differenziazione e attrazione
sessuale. Per le femmine è preminente la dinamica di tipo sessuale
con i bambini, ma esistono prepotenze con lo stesso sesso per stabilire
gerarchie di potere speso confuse con l’amicizia.
Le ricerche indicano una diffusione più generalizzata
del bullismo nelle scuole elementari e primi anni delle medie. Con il
crescere dell'età si assiste ad una diminuzione della frequenza
con una maggiore radicalizzazione in un numero ristretto di casi come
forma stabile di disagio
individuale.
I bulli persistenti sono a rischio di problematiche antisociali
e devianti, le vittime rischiano quadri patologici con
sintomatologie anche di tipo depressivo.
Il bullismo non è un problema solo per la vittima, è un
problema anche per tutte le persone che sanno che questi comportamenti
avvengono nella scuola o che vi assistono, per il clima di tensione e
di insicurezza che si instaura. Se i comportamenti prepotenti vengono
lasciati continuare possono avere un effetto molto negativo sulla vittima.
Se ai bambini è permesso di compiere atti di bullismo è
molto probabile che cresceranno con l’inclinazione a compiere prepotenze
anche nell’ambito del proprio nucleo familiare e della famiglia
che eventualmente formeranno.
Bullismo, è il caso di preoccuparsene?!
Una obiezione che spesso viene fatta quando si parla dell'importanza del
bullismo è:
"Perché tanta enfasi nel parlare di bullismo? Queste
cose ci sono sempre state, siamo cresciuti bene anche noi ed è
il modo in cui i bambini imparano ad arrangiarsi nella vita". “Fatti
valere”, “Non badarci”, “Cosa vuoi che sia”
sono espressioni comunemente suggerite a chi subisce le prepotenze ma
che non entrano nel profondo disagio che porta chi è vittima di
questi atteggiamenti.
Essendo questa un’opinione alquanto diffusa merita un tentativo
di risposta articolata.
• La prima causa di sottovalutazione del bullismo
è che lo si confonde con la normale aggressività
del vivere sociale. In realtà quando parliamo di bullismo parliamo
di qualcosa di diverso dalla normale conflittualità fra coetanei
e diverso anche dagli sporadici episodi di violenza che possono accadere
in una comunità.
• E' vero che le prepotenze ci sono sempre state,
ma questo non significa che non abbiano avuto e non abbiano conseguenze
negative sulla vita delle persone coinvolte, sia per quanto riguarda
le persone prepotenti sia per quanto riguarda chi le subisce. L'interesse
che in molti paesi viene dato a questi comportamenti e le misure messe
in atto per ridurli sono conseguenza del riconoscimento di una loro maggiore
pericolosità e del loro aumento.
Indipendentemente dal significato che ciascuno di noi può dare
ai comportamenti prepotenti (chi li considera negativi, chi positivi e
necessari), è importante sapere che le ricerche hanno dimostrato
una netta correlazione da un lato tra bullismo persistente, comportamenti
antisociali e criminalità e dall'altro tra vittimismo e forti disagi
personali e sociali, fino all'estremo del suicidio.
• Per quanto riguarda il confronto con le esperienze
del passato, non dobbiamo limitarci a guardare i comportamenti in sé,
ma si devono considerare anche i cambiamenti sociali e culturali, perché
questi danno un significato diverso alle prepotenze. A livello sociale
l'autorevolezza degli adulti (e spesso anche il loro
controllo) tende a ridursi sempre più nel tempo anche per la "precocizzazione"
adolescenziale tipica della nostra società, che fa sì che
i comportamenti trasgressivi e certe dinamiche di gruppo tra coetanei
si presentino già nella tarda infanzia e nella preadolescenza.
La trasgressione non è più caratteristica
tipica di un preciso periodo della vita (l'adolescenza appunto), ma sta
diventando “norma” o quantomeno fa “tendenza”,
in una continua gara al rialzo e all'estremizzazione dei comportamenti.
Spesso si ha la sensazione che i processi di differenziazione dall'adulto
e la ricerca di una propria identità si esprimano per forza nella
manifestazione di comportamenti ostili o violenti.
In senso educativo più generale, alcune dimensioni dell'emotività
(quali la tenerezza, la gioia, la calma, il sentirsi appoggiati, il piacere
di essere guidati nella scoperta delle cose, il gusto della conquista
e della conoscenza costruita passo passo, ecc.) sembrano essere sempre
meno presenti nella vita di bambini e ragazzi. Tutto questo porta a modalità
personali di relazione con sé stessi e sociali di rapporto con
gli altri sbilanciate nel senso della fretta, dell'impazienza, dell'attenzione
labile con una sempre più ridotta capacità di comprendere
l'altro ed i suoi sentimenti. Abbiamo bambini invasi da una moltitudine
di stimoli che sviluppano prevalentemente alcune dimensioni
e qualità dell'esperienza (quali l'immaginazione, il movimento
veloce, l'agire senza pensare, ecc.) a scapito di altre (quali le sensazioni
forti, la calma, la riflessione, il gioco costruttivo, ecc.), non contribuendo
allo sviluppo di identità personali e sociali forti e radicate
nella pienezza emotiva.
Questa continua corsa alla ricerca di stimoli porta alla diminuzione della
capacità di ascoltarsi e di sentire, alla perdita di contatto con
le sensazioni e gli affetti ad esse legati, ad una "povertà"
emotiva che sfocia nell'azione immediata o nell'ostilità ripetitiva
che copre le emozioni più profonde quali la paura, la vergogna,
la tenerezza, la voglia di contatto.
Soprattutto i bambini
tendono a giocare meno, a gestire i conflitti con fisicità anziché
con le parole e la medizione, caricandosi così di rabbia e di aggressività.
In aggiunta a questo spesso si associa un ambiente sociale educativamente
meno "contenitivo", seppur ridondante di oggetti e di "benessere".
L'insieme di questi elementi porta a un innalzamento della soglia di tolleranza
verso le prepotenze, a cui contribuiscono in grossa misura anche certi
programmi e forme di pubblicità televisivi e non, che, unita allo
spirito di emulazione, tanto importante in adolescenza, ne determina una
maggiore estensione e criticità.
La scuola
La scuola, considerata l'importante funzione educativa
e di socializzazione che riveste, in particolare nella costruzione dell'autostima
e nello sperimentare e acquisire abilità sociali, diventa il luogo
privilegiato per interventi a carattere preventivo e di promozione del
benessere. Non tutti gli episodi di bullismo avvengono nella scuola, ma
la scuola è certamente l'ambiente dove più facilmente si
possono contrastare e prevenire.
Spesso queste relazioni tra ragazzi nella scuola sono prese in poca considerazione;
le sfide più grandi per gli adolescenti non sono tanto le interrogazioni
e gli esami, ma i processi di inserimento nel gruppo. Ogni scuola ha una
sua sub-cultura di convivenza, il gruppo dominante impone i suoi prezzi
e le sue leggi. Tutti gli adulti di riferimento di bambini e ragazzi hanno
comunque la responsabilità di attivarsi, ognuno nel proprio ruolo
e compito educativo :
Dirigenti scolastici, insegnanti e personale non docente
- elaborando una politica scolastica antibullismo;
- affrontando senza paure il problema con rilevazioni, discussioni, controllo
degli spazi e dei momenti meno strutturati, ecc.;
- collaborando con alunni e genitori per rendere visibili le situazioni
di prepotenza e per ricercare soluzioni ai conflitti sociali sottostanti
;
- trovando il giusto equilibrio tra fermezza, comprensione e sostegno;
Genitori
- rispettando i figli e trattandoli come persone, senza rinunciare alla
propria funzione educativa;
- ascoltando i figli e dando loro fiducia quando raccontano episodi sgradevoli;
- prestando attenzione ai loro rapidi cambiamenti di umore o di comportamento
che possono significare disagio;
- parlando apertamente con gli insegnanti, con i dirigenti scolastici,
con gli altri genitori senza farsi bloccare dalla paura di ripercussioni
o di "vendette";
- insegnando ai figli a difendersi e a chiedere aiuto;
- aiutando i figli e favorendo la loro socializzazione con i coetanei;
Alunni
- chi subisce prepotenze: cercando aiuto e raccontando ciò che
sta accadendo o è successo;
- chi si comporta da prepotente: cercando di mettersi nei panni della
"vittima" dei propri comportamenti;
- chi sta a guardare: facendo il possibile per modificare la situazione
aiutando chi subisce a trovare la forza di chiedere aiuto a qualche persona
adulta di fiducia.
Chiunque si ponga
in una dimensione di intervento deve porre alla base del proprio operato
le seguenti regole:
- conoscere e dare il giusto valore ai comportamenti prepotenti;
- rilevare il problema nei singoli contesti portando allo scoperto le
situazioni nascoste;
- fermare gli episodi nel preciso momento in cui vengono visti e successivamente
cerca di capirne le cause;
- sostenere prioritariamente le vittime, anche quando non sembrano simpatiche
o si ritiene che colludano con l'aggressore;
- stimolare e favorire la cultura del "raccontare" ciò
che accade, in un clima di chiarezza e fermezza e al tempo stesso il meno
punitivo e colpevolizzante possibile;
- considerare i bulli come persone da aiutare oltre che da "fermare";
- assicurare ai propri figli o agli alunni un ambiente sicuro in cui possano
crescere imparando a fronteggiare e gestire la complessità e le
difficoltà della vita, proteggendoli da eventi traumatici o troppo
difficili da gestire per la loro età.
Chi subisce episodi
di bullismo ricordi che ogni persona, nella sua vita, li ha ricevuti da
parte di fratelli, sorelle, adulti o altri bambini e che è buona
norma parlarne con qualcuno di fiducia, amici, genitori,
insegnanti, perché le cose non inizieranno a cambiare fino a che
non verranno raccontate. Anche un medico di fiducia può essere
di aiuto per affrontare il problema, perché il bullismo fa stare
molto male. Spesso le scuole si organizzano per affrontare il problema
mediante il coinvolgimento di insegnanti e allievi ma anche di dottori.
E’ importante dapprima incoraggiare chi subisce la prepotenza o
i testimoni della stessa a raccontare l’accaduto garantendo la massima
attenzione e riservatezza e, per i casi più difficoltosi, istituire
delle forme anonime con apposite procedure. Una soluzione potrebbero
essere quella di istituire delle apposite cassette ove depositare
in forma anonima le segnalazioni. Una procedura consigliabile è
anche quella di incaricare tra i docenti delle figure che si interessino
al problema quali referenti incaricati ma anche quali referenti
occulti che avvicinano le vittime e i bulli per dei tentativi di
mediazione. Si tenga presente che il miglior risultato è quello
che vede impegnato un allievo nella veste di mediatore tra bullo e vittima;
quest’ultimo dovrebbe essere incaricato informalmente per le sue
capacità e attitudini e quindi, la sua azione, supportata dai responsabili
dell’istituto, diventerebbe incisiva proprio perché nata
all’interno del gruppo.
Se la scuola è reticente o sta iniziando ad affrontare il problema,
per chi subisce la violenza è opportuno iniziare a parlarne soprattutto
ad un adulto e cercare di avere l’appoggio degli amici affinché
diano sostegno contro le prepotenze. Di solito è difficile uscire
dal bullismo per conto proprio o anche con l'aiuto degli amici e quindi
il passo obbligato è quello di chiedere comunque aiuto alla scuola
e ai genitori. Occorre che le campagne di informazione degli alunni siano
improntate a dare fiducia, spiegare che non ci si deve vergognare di chiedere
aiuto, che chi lo chiede non è né debole né fallito
e che tutti noi qualche volta abbiamo bisogno degli altri. Non si tratta
di fare la spia ma di garantirsi il diritto di non subire aggressioni
e molestie. Il temere delle ritorsioni da parti del bullo è una
paura naturale e spesso scoraggia le confessioni ma è possibile
intervenire sul bullo senza che questi sappia chi ha parlato soprattutto
se il suo comportamento ha danneggiato più persone e, diversamente,
se il bullo saprà chi ha parlato, è sempre meglio che le
eventuali prepotenze avvengano allo scoperto affinché gli adulti
possano proteggere le vittime.
E’ una responsabilità grande per la scuola e per i genitori
perché, attraverso il bullismo, si arriva ai comportamenti devianti
e delinquenziali ma soprattutto perché, chi è vittima in
modo ripetuto, ne porta le conseguenze per molto tempo e spesso per tutta
la vita. La società civile deve tutelare le vittime e incoraggiare
la collaborazione contro la cultura della sopraffazione, della prepotenza
e della violenza. La riduzione del bullismo crea un clima scolastico favorevole
all’apprendimento e costituisce il terreno sociale per l’educazione
alla legalità.
Gli attori coinvolti
E’ importante sottolineare che i "prepotenti" non hanno
caratteristiche particolari, sia fisiche sia economiche; il bullo può
avere un ottimo rendimento scolastico e non essere svantaggiato economicamente.
I bulli, d’altro canto, sono spesso vittime di stili di vita in
cui prevalgono fretta di agire e di prendere ma anche educazioni autoritarie
e intolleranti e, quindi, debbono essere aiutati soprattutto a sentire
e a manifestare le proprie emozioni. I modelli educativi coercitivi legittimano
infatti, agli occhi del bullo, i comportamenti aggressivi ma anche modelli
educativi troppo permissivi e tolleranti, proprio perché poco contenutivi,
possono portare a questi comportamenti.
Il bullo può anche suscitare simpatia e ammirazione
da parte di alcuni compagni, in questo modo il suo atteggiamento viene
a essere rinforzato anche se la maggior parte dei compagni lo rifiuta.
Talvolta basta una sgridata per far cessare il comportamento prevaricatore,
soprattutto nei maschi, mentre le femmine risultano più subdole
e rancorose nei loro atteggiamenti. Un atteggiamento aggressivo può
essere normale e per certi versi tollerabile nei bambini ma, pur riducendosi
nelle medie, non significa che il fenomeno sia meno importante perché,
per chi continua, l’aggressività risulta radicata e critica,
in un periodo molto importante per la definizione della propria identità
personale anche all’interno del gruppo. Spesso chi attua questi
atteggiamenti è in grado di pianificare l’azione come pure
di capire lo stato mentale dell’altro.
Le vittime non hanno per contro delle particolari caratteristiche
fisiche, tutti possono essere oggetto di prepotenze indipendentemente
dal fatto che portino gli occhiali, che abbiano i capelli rossi o che
siano soprappeso. Il loro stato d’animo può essere molto
vario, si parte dalla perdita di sicurezza e di autostima per arrivare
a veri e propri stati d’ansia e depressivi.
Per i bambini è un passo molto difficile confidarsi con i genitori
e, frequentemente, lo compiono quando ritengono di aver fatto tutto per
affrontare da soli la situazione.
Per i genitori è quindi difficile scoprire l’insorgere
di questi eventi per l’iniziale reticenza dei figli, ma alcuni elementi
possono essere indicatori del malessere in atto:
• rifiuto di recarsi a scuola;
• rifiuto di compiere gli stessi percorsi per andare all’istituto
scolastico;
• calo del rendimento negli studi;
• minor socializzazione con i compagni;
• richiesta immotivata di denaro;
• lividi e graffi che il bambino non vuole spiegare;
• oggetti personali danneggiati, strappati o smarriti che il bambino
non riesce a spiegare;
• malesseri vari e immotivati come cefalee o mal di stomaco;
• accessi d’ira, attacchi d’ansia o di pianto e stati
depressivi.
Per i bambini e i ragazzi, in attesa della definizione
dell’intervento adulto, può essere consigliabile:
• stare vicino agli adulti e ai compagni che possono aiutarli negli
intervalli ma anche nei tragitti sugli autobus e sugli scuolabus;
• ignorare il bullo ed essere fermi sulle proprie posizioni senza
dimostrare paura o rabbia, rispondere con decisione e con fermi dinieghi
per poi allontanarsi anche a costo di essere additati come paurosi. L’importante
è non dare soddisfazione al bullo e rendere difficile e faticoso
il suo atteggiamento;
•insegnare a non rispondere con violenza e soprattutto non passare
alle mani, il bullo è spesso più forte e soprattutto non
è il caso di arrivare a vie di fatto per difendere i propri oggetti,
il fatto potrà essere denunciato e punito in seguito. Spesso, quando
si arriva alle mani, è difficile poter provare che il tutto era
iniziato da atti di bullismo e quindi è anche verosimile che la
vittima si trovi ad avere anche una responsabilità per i propri
gesti violenti;
• dare risposte spiritose o intelligenti ma soprattutto pronte può
scoraggiare, le risposte possono anche essere studiate a casa e magari
provate davanti allo specchio, non tutti i bulli sono così ostinati
e sicuri di sé e, davanti a un certo carisma, potrebbero
rinunciare;
• cambiare qualche abitudine come i percorsi verso la scuola o l’utilizzo
di parti comuni, non è giusto ma può essere un buon modo
per evitare i contatti con il bullo. E’ importante garantire fiducia
e ascolto da parte degli adulti, tutti devono sapere che le loro segnalazioni
saranno prese in seria considerazione e quindi, anche chi assiste agli
atti di bullismo, sia motivato a raccontare i fatti;
• annotare gli eventi che si ripetono potrà tornare utile
per eventuali segnalazioni future.
Un genitore in queste fasi deve essere molto cauto, la prima reazione,
una volta appresa la notizia, è sicuramente quella di rabbia seguita
dall’intenzione di precipitarsi a scuola per definire al più
presto la situazione ma, un intervento affrettato, può essere ancora
più pericoloso per lo stato d’animo del figlio. In queste
prime fasi il bambino già avrà avuto difficoltà nell’esporre
gli eventi e renderli di dominio pubblico sarà per lui fonte ulteriore
di ansia e di preoccupazione, nel timore di vendette e di derisione. E’
quindi molto importante:
• far parlare molto il bambino, con delicatezza e lasciandolo riflettere
sull’accaduto, lasciarlo sfogare e capire bene come si sono svolti
i fatti e se ci sono dei testimoni;
• non sminuire e non cercare di ottenere e informazioni tutte in
una volta;
• attendere di ascoltare le altre parti prima di trarre delle conclusioni;
• rendere partecipe il bambino delle scelte da adottare e farlo
sentire capito;
• definita la situazione e i modi su come affrontarla, prendere
contatto con la scuola scartando ogni facile soluzione come quella di
irrompere nella scuola o quella di affrontare il bullo direttamente;
• esporre la situazione e rendersi disponibili, la scuola ha tutto
l’interesse a risolvere il problema e spesso tanti istituti hanno
già delle politiche di gestione del bullismo;
• tener presente che potrebbe trascorrere un po’di tempo prima
che la situazione venga definita sia per i tempi necessari ad accertare
gli eventi sia perché il personale della scuola potrebbe essere
del tutto all’oscuro di quanto accaduto. Gli atti di bullismo nella
maggior parte dei casi avvengono lontano dagli adulti e, di solito, soltanto
gli altri bambini sanno quello che è successo. Talvolta potrebbe
anche trattarsi di scherzi andati oltre il limite del buon gusto. In tale
lasso di tempo sarà opportuno modificare qualche abitudine nei
tragitti, accompagnare il minore o farlo accompagnare da amici. E’
consigliabile invogliare il minore a crearsi più amicizie, invitate
a casa i compagni per consolidare i rapporti e incentivate le attività
che permettano di avere tante appartenenze spezzando così la dipendenza
da un gruppo o da una situazione;
• ripetere al bambino di non tener conto delle frasi offensive,
rinforzare la fiducia in sé stessi per affrontare la situazione
senza essere agitati, offensivi o violenti ma soprattutto convincere il
bambino che raccontare le cose non è “fare la spia”
e che le cose peggioreranno solamente se non si affronta il problema e
non il contrario.
Affrontare il problema è un dovere e le occasioni per farlo possono
essere le più svariate, dagli incontri in classe per discutere
delle difficoltà e dei problemi alle occasioni di apprendimento
comuni; possono essere organizzati incontri tra insegnanti, genitori e
alunni, riunioni tra genitori coinvolti nel problema ma, come sopra precisato,
sarà opportuno incentivare la mediazione da parte di ragazzi neutrali
per evitare l’intervento diretto dell’adulto che potrebbe
indebolire ulteriormente la posizione della vittima nel gruppo.
Il bullismo è sempre esistito e la situazione odierna probabilmente
non è né migliore né peggiore di quella passata,
ma non rientra nei normali processi di maturazione e quindi deve essere
affrontato per evitare danni dal punto di vista fisico ed emotivo. I genitori,
come abbiamo visto, sono i primi destinatari delle richieste di aiuto
ma, prima ancora i ragazzi, soffrono in silenzio.
I bambini hanno detto che subire il bullismo è pressoché
la cosa peggiore che possa loro capitare.
Ricerca effettuata dal
Dott. Fulvio Panizza
Specialista in criminologia clinica
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