Una riflessione sul tema del "bullismo"
può essere condotta, oggi, in Italia, seguendo un percorso che
soltanto pochi anni fa sarebbe stato difficile, se non impossibile,
immaginare.
Lo stesso termine "bullismo", oggi largamente impiegato per
etichettare vari comportamenti di sopraffazione, soprattutto in ambito
scolastico, e che ricorre frequentemente sui mass media e nel linguaggio
degli operatori scolastici, risale a non più di 4-5 anni fa.
Sul dizionario Zingarelli (1993), al termine "bullo"
corrisponde la definizione di: «prepotente, bellimbusto, che si
mette in mostra con spavalderia», mentre sul Devoto e Oli (1993)
il bullo è un «teppista, sfrontato», ma anche «in
senso non cattivo, bellimbusto, che si rende ridicolo per la vistosità
e l’eccentricità dell’abbigliamento». Bisogna
attendere il 1996 perché il termine "bullismo" compaia
su alcuni dizionari nella sezione "neologismi".
Il significato che noi oggi diamo al termine "bullismo" deriva
da quello anglosassone. Sull’Oxford Dictionary del 1990, bully
denota una «persona che usa la propria forza o potere per intimorire
o danneggiare una persona più debole». Dalla comune radice
derivano sia il verbo to bully che il sostantivo bullying.
Il significato inglese del termine non denota quindi un semplice atteggiamento,
come accadeva nella lingua italiana, quanto una specifica modalità
di relazione tra due persone, tra «un più forte, che si
avvale della propria superiorità per danneggiare un soggetto
più debole». In questa definizione viene espressa con chiarezza
la matrice relazionale del fenomeno e sono presenti due dei principali
criteri che la comunità scientifica è solita utilizzare
per demarcare il fenomeno del bullismo da ciò che non lo è:
l’esistenza di uno squilibrio nel rapporto di forza tra due o
più persone; l’intenzione di arrecare un danno alla persona
più debole. Una terza condizione, necessaria, per definire un
fenomeno come bullismo concerne, infine, il perdurare nel tempo di un
tale tipo di relazione squilibrata.
È lecito, tuttavia, supporre che tra i giovani,
soprattutto in ambito scolastico, il fenomeno non sia così recente.
È stato però per lungo tempo sottovalutato, ritenendo
che riguardasse soprattutto soggetti tardo-adolescenti (alcuni riferimenti
classici, ricorrenti anche nelle rappresentazioni letterarie o cinematografiche,
sono quelli del "nonnismo" nelle caserme o dei riti di iniziazione
delle matricole all’università o nei collegi).
Quando per iniziativa della professoressa Ada Fonzi dell’Università
di Firenze e della sua équipe, anche in Italia il fenomeno ha
cominciato a essere studiato in modo sistematico, l’interesse
che tali ricerche hanno suscitato nel mondo della scuola, nonché
nella pubblica opinione, è stato molto elevato. Come se finalmente
fosse stato dato un nome per descrivere un disagio che i docenti, i
famigliari e soprattutto i ragazzi percepivano da tempo in modo pervasivo
e disturbante all’interno della scuola.
Messa da parte l’accezione "in senso
non cattivo" del bullismo, si è aperto negli ultimi anni
un nuovo spazio, anzitutto culturale, per considerare questo fenomeno
nella giusta cornice. Quando apparvero, negli anni ’70, i primi
studi pionieristici di Dan Olweus, psicologo norvegese, sul fenomeno
delle prepotenze in ambito scolastico, l’impatto che questi suscitarono
sulla pubblica opinione del suo Paese fu enorme. Veniva ulteriormente
a modificarsi la rappresentazione del mondo infantile, non più
luogo dell’innocenza o teatro di piccole baruffe quotidiane, ma
palestra per interazioni violente fra pari, premonitrici di futuri e
più gravi comportamenti antisociali.
Un analogo impatto si è avuto in Italia. La nostra rappresentazione
dell’infanzia si è profondamente modificata negli ultimi
anni. Vi sono due caratteristiche peculiari, apparentemente in contraddizione,
che colpiscono maggiormente la nostra attenzione: da un lato percepiamo
i nostri figli sempre più arrabbiati, annoiati, precocemente
autonomi, spesso aggressivi; dall’altro li percepiamo emozionalmente
fragili, bisognosi di protezione, troppo a lungo dipendenti. Prepotenti
o vittime, insomma.
I genitori vivono frequenti dilemmi educativi che
si ripropongono con particolare evidenza in rapporto al fenomeno del
"bullismo". Prendiamo spunto da una lettera, apparsa nel mese
di marzo su un quotidiano nazionale, scritta da una coppia di genitori:
«Siamo i genitori di due ragazzini che non sono né meglio
né peggio dei loro coetanei, però se ne discostano dalla
maggior parte di loro per un aspetto: non sentono il bisogno di comunicare
con calci, pugni e sputi; sono tuttavia oggetto di violenze fisiche
e psicologiche pressoché quotidiane, immotivate, agite per il
gusto di sopraffare e spesso perpetrate da un gruppo.
«Inizialmente abbiamo spiegato ai nostri ragazzi che dietro a
un bambino che picchia c’è spesso una famiglia maltrattante
o poco attenta, ma ormai sono aggrediti anche da bambini di famiglie
apparentemente non problematiche. Riteniamo che la violenza, figlia
dell’ignoranza, sia alimentata dall’assenza e dalla distrazione
degli adulti che evidentemente ignorano che è indispensabile
educare i ragazzi anche nella gestione responsabile del proprio comportamento,
individuando strategie di autocontrollo e, se non bastano, di controllo.
Ma dicono i ragazzi: come è possibile che gli adulti non notino
ciò che invece è sotto gli occhi di tutti i bambini ?
Come è possibile che non intervengano, legittimando di fatto
tali comportamenti?... Dobbiamo anche noi incoraggiare l’uso della
forza fisica e trasformare ogni incontro in un campo di battaglia? Si
combatte il "nonnismo" nelle caserme, ma come vogliamo chiamare
l’usanza di picchiare, beffeggiare, umiliare i ragazzi della prima
media da parte di ragazzi appena più grandi?».
Questo fenomeno lo chiamiamo evidentemente "bullismo"
ed è sempre più diffuso nelle nostre scuole. Nella lettera
sopra riportata si fa riferimento agli stili educativi. Davvero la responsabilità
è tutta della famiglia se un ragazzo prevarica i suoi compagni
e se un altro non è in grado di difendersi? In genere non servono
spiegazioni così unilaterali. Il comportamento umano è
troppo complesso perché esso possa essere ricondotto alla sola
azione degli stili educativi. Tuttavia è inconfutabile che, qualora
i modelli familiari siano improntati alla logica della sopraffazione
e della violenza, se vengono rinforzati ulteriormente dai mass media
e sono in sintonia col contesto socio-ambientale, i bambini e i ragazzi
metteranno in atto comportamenti coerenti con questi modelli. Come hanno
giustamente rilevato i genitori nella loro lettera, anche il non intervenire
può legittimare taluni comportamenti.
Il dominio del più forte
Vari autori che si sono occupati di bullismo hanno sottolineato il ruolo
dell’ethos scolastico in rapporto alla diffusione del fenomeno.
Ad esempio, un docente che si impone alla classe in modo autocratico,
rivendicando il proprio maggior potere sugli alunni, legittima di fatto
il principio del dominio del più forte sul più debole;
una scuola che tollera le quotidiane angherie di alcuni ragazzi a danno
dei propri compagni, considerandole «cose tra ragazzi»,
non solo non fa nulla per aiutare i soggetti in difficoltà, ma
legittima e rinforza i comportamenti prevaricanti.
Viviamo tuttavia in un mondo sempre più complesso e contraddittorio
e se da un lato i mass media e alcune famiglie veicolano modelli competitivi-aggressivi
e insegnano a "schiacciare" l’avversario, dall’altro,
nel mondo della scuola, vi è una crescente sensibilità
verso questi problemi. Olweus riconduce il problema delle prepotenze
in ambito scolastico a una questione di democrazia: ogni ragazzo ha
il diritto di vivere bene la scuola, di sentirsi al sicuro tra le pareti
scolastiche; la scuola, invece, diventa per alcuni un luogo in cui vengono
sperimentati vissuti di paura accompagnati da una incombente sensazione
di pericolo e incertezza, mentre per altri è una palestra in
cui dare libera espressione a condotte aggressive che rinforzano uno
stile personale autoritario e violento.
Dopo avere definito il bullismo, consideriamo ora
la sua diffusione nelle scuole del nostro Paese. I dati più attendibili
sono relativi a una ricerca condotta in varie regioni italiane, coordinata
da Ada Fonzi dell’Università di Firenze, che ha coinvolto
oltre 5.000 soggetti di scuola elementare e media.
L’indagine è stata effettuata somministrando ai ragazzi
un questionario nel quale, dopo avere illustrato una definizione standard
di prepotenza ed essersi accertati che i ragazzi la avessero compresa
correttamente, è stato chiesto di indicare con che frequenza
avessero subito o fatto prepotenze negli ultimi due mesi di scuola.
I risultati – come si evince dalla tabella 1 –
sono stati senza alcun dubbio allarmanti. Alle scuole elementari, la
percentuale di bambini che ha dichiarato d’avere subìto
prepotenze da parte di propri compagni "alcune volte o più"
negli ultimi due mesi di scuola è stata del 41,6%, mentre alle
scuole medie è stata del 26,4%. Le percentuali di bambini che
hanno dichiarato d’avere fatto prepotenze "alcune volte o
più" negli ultimi mesi di scuola sono invece del 28% alle
elementari e del 20% alle scuole medie. I valori diventano più
bassi, ma sempre preoccupanti, se utilizziamo un indice più severo,
considerando come prepotenti o vittime solo quelli che dichiarano d’essere
coinvolti nel problema con una frequenza almeno settimanale.
Quando come ricercatori, ma prima ancora come cittadini, rilevammo queste
percentuali, la nostra prima reazione fu di serio allarme: i bambini
italiani risultavano coinvolti nel fenomeno del "bullismo"
in modo quasi doppio rispetto ai loro coetanei di altri Paesi europei.
Il problema poi si presentava con caratteristiche drammatiche in alcuni
contesti socioculturali, per esempio nella città di Napoli, dove
salivano sia le percentuali di soggetti che dichiaravano di essere "vittime"
(48% alle scuole elementari e 31% alle medie) che quelle di chi si dichiarava
"prepotente" (38% alle elementari e 32% alle scuole medie).
Dopo aver verificato in successivi studi che i ragazzi avessero compreso
correttamente il concetto di prepotenza e che il giudizio di gravità
su di essa fosse adeguato, si è cercato di interpretare, al di
là di facili sensazionalismi, il significato di queste percentuali
molto più elevate rispetto agli altri Paesi europei.
Offese verbali
Una prima considerazione riguarda il tipo di prepotenza subita (tabella
2). Le offese verbali sono riferite dal 51% dei bambini vittime
delle elementari e dal 45% delle vittime alle scuole medie e costituiscono
di gran lunga il tipo di prepotenza più diffusa. Se, tuttavia,
l’offesa verbale può essere considerata come un "costume"
frequente nel contesto italiano, più difficile è sottovalutare
il 42% delle vittime delle elementari e il 20,7% delle vittime di scuola
media che hanno riferito di aver subito prepotenze di tipo fisico. È
importante rilevare come fra le possibili prepotenze vadano incluse
non solo forme di aggressività diretta, ma anche quelle indirette,
come l’essere esclusi da un gruppo di compagni o il far circolare
delle storie sul conto di qualcuno.
Tra le prepotenze vanno annoverati anche i furti subìti a scuola,
particolarmente frequenti in alcuni contesti, come quello napoletano,
dove circa il 30% delle vittime riferisce d’esserne stato vittima.
C’è forse un’eccessiva tolleranza verso questi comportamenti?
Probabilmente sì se guardiamo i dati riportati nelle ultime due
tabelle. La prima concerne il luogo (tabella 3) in cui avvengono
prevalentemente episodi di prepotenza: per lo più in classe (57,2%
alle elementari e 51,9% alle medie). La differenza con quel che accade
altrove è rilevante: nella maggior parte dei Paesi europei lo
spazio del cortile e della mensa, quando la vigilanza dei docenti è
meno attiva, è quello prescelto per le prepotenze scolastiche.
Questo dato, se da un lato conferisce al fenomeno delle prepotenze un
carattere di "quasi normalità", inscritto nella quotidianità
della vita scolastica, dall’altro induce ad alcune riflessioni
sulla ridotta efficacia del controllo dei docenti rispetto al verificarsi
di simili episodi.
Non sappiamo se effettivamente i docenti siano così
poco attivi e presenti nella gestione delle prepotenze in ambito scolastico
o se questa sia soltanto la percezione negativa che ne hanno i ragazzi.
Nella tabella 4, infatti, riportiamo le percentuali di ragazzi
che dichiarano di avere parlato con i propri docenti e con i propri
familiari delle prepotenze subite a scuola. Il dato più interessante
è che, contrariamente alle aspettative, i ragazzi dichiarano
di parlare più spesso delle prepotenze subite in ambito scolastico
con i propri genitori piuttosto che con gli insegnanti. Alle scuole
elementari, infatti, la percentuale di alunni che ha parlato con gli
insegnanti di ciò che accade a scuola è del 51% e alle
scuole medie è solo del 35,5%. Più elevate le percentuali
di confronto con i genitori pari al 65,4% alle elementari e del 50,9%
alle scuole medie.
Un aspetto interessante riguarda il diverso coinvolgimento
di maschi e femmine nel fenomeno del "bullismo". Anche se
le femmine si dichiarano meno frequentemente dei maschi come attrici
di prepotenze a danno di loro compagni, il loro coinvolgimento risulta
ugualmente molto elevato. In particolare, in alcune realtà del
sud d’Italia come Napoli e Palermo, la percentuale di ragazze
"prepotenti" non differisce significativamente da quella dei
maschi. Anche questo dato contribuisce a modificare alcune rappresentazioni
stereotipe dell’infanzia che enfatizzavano il ruolo delle differenze
di genere, attribuendo i comportamenti di tipo aggressivo prevalentemente
ai soggetti di sesso maschile.
Lo studio delle modalità con cui le femmine sono coinvolte in
interazioni di tipo aggressivo costituisce una nuova frontiera della
ricerca psicologica che ha focalizzato lo studio del comportamento aggressivo
quasi sempre su soggetti di sesso maschile, probabilmente a causa del
maggiore ricorso di questi a violenze di tipo fisico che attiravano
maggiormente l’attenzione degli studiosi. Alcuni ricercatori hanno
ipotizzato invece l’esistenza di specifiche modalità di
aggressione femminile, più di tipo indiretto, relazionale, la
cui peculiarità risiede nella maggiore finezza psicologica nel
concretizzare l’intenzione aggressiva.
Nessuna importanza sembrano, infine, avere sull’incidenza del
fenomeno le caratteristiche strutturali della scuola o il numero di
studenti per classe o della scuola.
Dinamiche psicologiche
Quanto detto finora serve soltanto a dimostrare, qualora ve ne fosse
ancora bisogno, che il fenomeno esiste ed è capillarmente diffuso
sul territorio nazionale, anche se si manifesta con frequenza e con
caratteristiche diversissime nei vari contesti socio-culturali.
Negli ultimi anni sono state realizzate numerose ricerche per comprendere
le dinamiche psicologiche, individuali e di gruppo, alla base del manifestarsi
del bullismo fra ragazzi. Il fenomeno è complesso e le cause
che lo determinano sono molteplici. Come dicevamo, occorre inquadrare
il fenomeno in un’ottica interazionista, che non privilegi risposte
parziali, basate cioè sulle sole differenze di personalità
o sulle sole circostanze ambientali. La personalità, i modelli
familiari, gli stereotipi imposti dai massa media, un’istituzione
scolastica spesso disattenta alle relazioni fra ragazzi, dinamiche di
gruppo che trascendono il singolo individuo, sono tutti fattori concomitanti
che, in maggiore o minore misura, contribuiscono al determinarsi del
fenomeno. Tra i vari meccanismi psicologici, implicati nella relazione
vittima-prepotente, ci limitiamo a sottolinearne due in particolare:
l’empatia e il disimpegno morale.
Per empatia si intende la capacità di un
individuo nel comprendere e condividere gli stati emotivi sperimentati
da un’altra persona. Si può condividere la gioia, ma anche
la sofferenza altrui. Probabilmente i soggetti che prevaricano i propri
compagni difettano fortemente di capacità empatiche dal momento
che sembrano non rendersi conto delle sofferenze che inducono in quei
ragazzi che subiscono le loro prevaricazioni. Probabilmente anche le
vittime hanno una scarsa abilità nel sintonizzarsi affettivamente
con i propri compagni, interagendo con essi in modo spesso inadeguato,
stimolando la loro aggressività. Molti programmi di intervento,
finalizzati a prevenire e a ridurre il bullismo nella scuola, sono incentrati
sulla stimolazione e sull’incremento delle capacità empatiche,
favorendo i processi di identificazione reciproca tra i ragazzi.
Il disimpegno morale è invece un meccanismo psicologico, attraverso
il quale un individuo legittima dei comportamenti che contraddicono
i propri stessi convincimenti morali. In altri termini, è quel
processo per cui si può giustificare un’azione violenta
sostenendo che la si fa a fin di bene, o che contravvenire a una norma
«non è poi così grave (ad esempio, evadere le tasse)
perché lo fanno tutti». Spesso i ragazzi che vittimizzano
i propri compagni non sembrano assumersi pienamente la responsabilità
di ciò che fanno e tendono sovente a sminuire le conseguenze
della loro azione («sono solo scherzi»), a deresponsabilizzarsi
(«è tutta la classe che li prende in giro») o tendono
a giustificare il loro comportamento svalutando la persona bersaglio
delle loro angherie («in fondo se lo meritano»). Non va
dimenticato infine il ruolo di meccanismi di gruppo che sclerotizzano
la persona all’interno di un ruolo per cui risulta molto difficile
per un ragazzo, che è stato etichettato come vittima o come prepotente,
modificare il proprio status all’interno di un gruppo
che continua a interpretare i suoi comportamenti alla luce del ruolo
che gli è stato assegnato.
Sono solamente alcuni dei processi psicologici implicati
e potremmo citarne numerosi altri. Tuttavia, ci preme ricordare che
le numerose conoscenze acquisite in questi anni ci consentono di calibrare
i programmi di intervento in modo molto più mirato rispetto a
qualche anno fa.
I risultati sembrano incoraggianti, anche se la strada da percorrere
è ancora molta e nuove, e sempre più complesse, sono le
sfide a cui il mondo della scuola e dell’infanzia ci chiama a
rispondere.
Dario Bacchini
Rif. : www.stpauls.it