PICCOLI
BULLI CRESCONO NELLA SCUOLA
I bambini e gli adolescenti italiani sono i più bulli d’Europa
“Un
comportamento da bullo è un tipo di azione che mira deliberatamente
a ferire; spesso è persistente, talvolta dura per settimane, mesi
e persino anni ed è difficile per coloro che ne sono vittime difendersi.
Alla base della maggior parte dei comportamenti sopraffattori c’è
un abuso di potere e un desiderio di intimidire e dominare.
Il bullismo assume forme differenti:
-
fisiche: colpire con pugni o calci, appropriarsi di, o rovinare,
gli effetti personali di qualcuno;
- verbali: deridere, insultare, prendere in giro ripetutamente,
fare affermazioni razziste;
- indirette: diffondere pettegolezzi fastidiosi, escludere
qualcuno da gruppi di aggregazione.
Le
vittime dei bulli hanno vita difficile, possono sentirsi oltraggiate,
possono provare il desiderio di non andare a scuola. Nel corso del tempo
è probabile che perdano sicurezza ed autostima, rimproverandosi
di “attirare” le prepotenze dei loro compagni. Questo disagio
può influire sulla loro concentrazione e sul loro apprendimento.
Alcuni bambini possono presentare sintomi da stress: mal di stomaco e
mal di testa, incubi o attacchi d’ansia. Altri si sottrarranno al
ruolo di vittima designata dei bulli marinando la scuola. Altri ancora
possono persino sviluppare il timore di lasciare la sicurezza della propria
casa.”
Ai
bulli è sufficiente uno sguardo minaccioso indirizzato alle loro
vittime per sottolineare la propria supremazia. Fare il bullo, in sintesi,
significa dominare i più deboli con atteggiamenti aggressivi e
prepotenti, sottoporre a continue angherie e soprusi i compagni di classe
o di giochi fisicamente e caratterialmente più indifesi. Nella
scuola, tale fenomeno trova sicuramente terreno fertile ed è fondamentale,
quindi, che proprio la scuola coinvolga attivamente tutti i ragazzi nel
trattare questo argomento e li incoraggi a prestare maggiore attenzione
al comportamento singolo di ogni compagno e ad intervenire quando assistono
a soprusi ai danni di altri alunni. Ecco la prevenzione
come strumento di educazione e di consapevolezza che induce al rifiuto
progressivo del fenomeno bullismo e alla promozione di maggior
collaborazione tra docenti, operatori scolastici e alunni.
Un
mirato intervento anti-aggressione, con tempi differenti perché
differenti tra loro le singole realtà scolastiche, porta sicuramente
alla riduzione del numero di vittime dei bulli e alla durata di episodi
di bullismo quando questi si verificano, all’aumento del numero
di alunni che denunciano i fatti e a quelli pronti ad intervenire in difesa
dei compagni. E’ importante, inoltre, che nei ragazzi sia viva la
convinzione che si stia facendo veramente qualcosa di concreto per fermare
i compagni prepotenti e che percepiscano l’ambiente scolastico sereno
e più sicuro.
Che
cosa occorre?
“Alcuni elementi sono fondamentali per il successo di una iniziativa
contro la prepotenza e l’aggressività nelle scuole:
-
un impegno chiaro e deciso della dirigenza della scuola a sviluppare e
ad attuare un approccio antibullismo;
- un nucleo compatto di persone interessate a coordinare l’intervento
e ad agevolare la comunicazione all’interno della comunità
scolastica;
- disponibilità di tempo sufficiente per le riunioni del personale
e del collegio docenti in maniera da permettere la programmazione e la
discussione delle strategie;
- flessibilità dei programmi che permetta il coinvolgimento degli
alunni;
- volontà di coinvolgere i genitori;
- tempo ed energie per continuare gli sforzi per un lungo periodo di tempo.
Può
rivelarsi utile assicurarsi l’appoggio e la collaborazione di persone
esterne, in contatto con il mondo della scuola. Possono essere altri professionisti
direttamente impegnati in problematiche educative, come psicologi dell’età
evolutiva o assistenti sociali scolastici. Oppure possono essere membri
della comunità locale, come ufficiali di polizia, personale medico
e religiosi.”
Secondo
la dott.ssa Anna Placentino, psicologa e ricercatrice
e la dott.ssa Barbara Rossi, psicologa e psicoterapeuta,
vari sono i motivi che sollecitano un intervento risolutivo:
1) Innanzitutto, la salvaguardia dei principi democratici
di base, il diritto fondamentale di ogni minore di sentirsi al sicuro
e di non essere oppresso e umiliato. Nessuno studente dovrebbe temere
di andare a scuola per paura di essere molestato o disprezzato, e nessun
genitore dovrebbe temere che ciò possa accadere al proprio figlio.
2) Si ricordi che chi si esprime con tanta violenza sente
un livello di sofferenza così alta da non trovare altro modo per
esprimerlo, per cui ha bisogno di essere assistito e non etichettato.
Di fatto i bulli , se non vengono aiutati a modificare i loro comportamenti
aggressivi, possono continuare ad usare modalità aggressive nelle
loro relazioni interpersonali. Questi ragazzi, da adulti, corrono il rischio
di sviluppare comportamenti antisociali e altri comportamenti problematici,
come l’abuso di sostanze,
come alcool e droghe. Gli studi sottolineano che circa il 45% degli ex
bulli entro il 24° anno di età,
sono stati condannati in tribunale per almeno tre crimini.
3) Anche le vittime dei bulli hanno vita difficile.
Possono sentirsi oltraggiate, possono provare il desiderio di non andare
a scuola, sviluppare diverse somatizzazioni (mal di testa, mal di pancia,
incubi, attacchi d’ansia…) e nel corso del tempo è
probabile che perdano sicurezza, autostima, rimproverandosi di attirare
le prepotenze dei propri compagni. Questo disagio può influire
sulla loro concentrazione e sul loro apprendimento. Addirittura in certi
casi, subire comportamenti prepotenti può mettere in serio pericolo
di vita, portando lesioni gravi o perfino al suicidio. Gli alunni che
nel corso degli anni sono stati spesso vittime di prepotenze hanno più
probabilità, da adulti, di soffrire di episodi depressivi.
(www.psicoterapie.org)
Ma
di chi è la colpa? Il bullismo in Italia
Marco: 4 anni, padovano; durante la ricreazione viene aggredito da tre
bambini di 5 anni per portargli via un piccolissimo pupazzetto di quelli
contenuti in un piccolo uovo di cioccolato. Il bambino ha riportato una
serie di contusioni ed una prognosi di 15 giorni (La Stampa, 17.2.97)
Andrea: uno studente tredicenne della provincia di Modena, per mesi è
stato costretto da due baby-taglieggiatori a consegnare dei soldi sotto
la minaccia di percosse (L’Unità, 5.10.97)
Parolacce, botte, furti: fin dalle elementari. Ma di chi è la colpa?
La cronaca italiana racconta di una bambina di sette anni trascinata in
bagno, forse da due compagni di classe, e spogliata, violentata, picchiata,
forse con un bastone. Nessuno vede, nessuno sente nulla. Un’altra
scuola, in periferia: un gruppo di bambini di sei anni elude la sorveglianza
della maestra e si nascondono nel bagno delle bambine. Quando le piccole
arrivano i compagni le rincorrono nei corridoi, con i pantaloni abbassati,
ridendo ed insultandole.
E
ancora… Un ragazzino di 14 anni afferma: “La terza media l’ho
presa senza studiare. E’ stato facile: facevo il prepotente, in
classe ero un bullo, e non ero il solo. Se sono andato avanti è
perché i professori non ne potevano più: volevano liberarsi
di me”. In una scuola “bene”, bande di diciassettenni
di famiglie
“bene” rubano motorini ai compagni più piccoli, prendono
in ostaggio i giubbotti per chiederne, il giorno dopo, il riscatto: qualche
banconota da centomila. Le angherie sono finite grazie ad un ragazzo che
ha avuto il coraggio di parlare e di denunciare il ricatto subìto.
Il
bullismo ha radici ovunque: dal Nord al Sud, dalle scuole di periferia
ai licei prestigiosi. Il fenomeno comunque è più sentito
nelle città del Sud, Palermo e Napoli, meno in Calabria, Valle
D’Aosta e Piemonte. A Napoli, ci sono zone in cui la lotta tra clan
e famiglie arriva anche nella scuola. Altro che bullismo. I figli dei
boss pretendono di comandare su tutto ed i genitori sono dalla loro parte.
I
bambini italiani risultano coinvolti nel fenomeno del bullismo in modo
quasi doppio rispetto ai loro coetanei europei. Drammatica la situazione
in alcuni contesti socio-culturali, come per esempio la città di
Napoli, che conta il 48% di vittime alle scuole elementari ed il 31% alle
scuole medie, e il 38% di coloro che si dichiarano “prepotenti”
alle elementari e il 32% alle scuole medie. Sempre a Napoli, come a Palermo,
si riscontra elevata anche la percentuale delle femmine “prepotenti”.
I
bulli agiscono di fronte ad un pubblico fatto di almeno 4 spettatori cui
il 54% osserva, il 21% sta con il più forte; solo il 25% difende
verbalmente la vittima. Le femmine, attaccate per lo più psicologicamente,
chiedono aiuto e si confidano con maggior facilità con la madre
o le amiche. Dalle ricerche effettuate emerge come i disabili sono vittime
preferite dei bulli (“ci prendono di mira”, “siamo noiosi
o antipatici”) e che la maggior parte delle violenze fisiche e psicologiche
avviene in classe: come è possibile che gli insegnanti non agiscono
per prevenire e reprimere tutto ciò, visto che si verifica sotto
i loro occhi?
La
psicologa Ada Fonzi, autrice del libro edito da Giunti
“Il bullismo in Italia. Il fenomeno delle prepotenze a scuola
dal Piemonte alla Sicilia”, ha raccolto le esperienze dei
ricercatori italiani per farne un bilancio purtroppo poco rassicurante.
<Il bullismo nelle scuole italiane è molto frequente. Il
41% dei bambini che frequentano la scuola elementare e il 26% dei ragazzini
delle scuole medie subiscono prepotenze. Alla domanda “Quanti dei
tuoi compagni sono vittime dei bulli?”, il 61% degli scolari e il
53% degli studenti delle medie risponde “Sicuramente almeno tre
per classe”. “E i bulli quanti sono?” Il 23% dei bambini
delle scuole elementari e il 18% dei ragazzini delle medie ammettono di
comportarsi in modo violento con i compagni. Basta confrontare le percentuali
italiane con quelle di altri Paesi per rendersi conto delle dimensioni
del fenomeno. Rispetto alle statistiche inglesi, per esempio, il numero
delle prepotenze è quasi il doppio>.
E’ grave pensare che i suicidi tra gli adolescenti non sono dovuti
solo ai fallimenti scolastici ma a provocarli può essere anche
la violenza dei compagni. Da qui l’importanza dello psicologo in
aula.
Secondo
una ricerca del Dipartimento di psicologia dell’Università
La Sapienza di Roma, al primo posto le parolacce, al secondo le botte,
al terzo le maldicenze. Ultimi il furto, le minacce e l’isolamento.
Afferma Ada
Fonzi che i più prepotenti sarebbero proprio i bambini più
piccoli. I maschi bulli sono il 30,4% nella scuola elementare e il 21,7%
nelle medie. Le femmine sono il 24,8% e il 10%.
Nel
libro si legge ancora:
<I miei compagni si comportavano come se Laura avesse una malattia
infettiva: se uno la toccava ne era contaminato… Oppure, fanno giochini
scemi, come ad esempio prendere il diario di Paolo e tirarlo addosso a
un ragazzo che si ritrae schifato e spaventato urlando “nooooo!”.
A questo gioco a poco a poco ha preso parte tutta la classe. Un altro
divertimento è toccare la persona, poi toccare un altro ragazzo
dicendo “capelli di Paolo”. Oppure “Paolo”. Il
ragazzo fa un vezzo inorridito , fa finta di pulirsi oppure passa una
mano sulla parte “infettata” e da’ l’immaginaria
cosa posseduta ad un altro. E così via.>
Il bullismo, quindi, è anche questo, non solo botte e furti. Vengono
presi di mira bambini e bambine caratterialmente più deboli ed
indifesi, o troppo buoni. Chi si lamenta viene accusato di “non
stare allo scherzo”. Ma questa violenza psicologica diventa un dramma
per chi la subìsce dal quale a volte non si riesce ad uscirne.
E
ancora, da un ragazzino di terza media:
<La mia compagna Maria nel cervello tiene più cellule rincitrullite
che sane e viaggia a 20 Mhz. (…) Venti Mhz sono niente e perciò
per dire “casa” la mia compagna ci mette da due a tre minuti.
In seconda tutti a turno ci siamo messi vicino a lei per aiutarla, ma
dopo un po’ non ne avevamo più voglia. Lei riteneva di essere
la “regina” e noi i suoi sudditi e voleva che le facessimo
i compiti e le verifiche.
Dopo due mesi abbiamo deciso di smetterla e di spiegarle che anche noi
dobbiamo “vivere”. Lei e il suo cervello non hanno parlato
con noi per circa due giorni, poi ci ha fatto avere una lettera in cui
diceva che se fosse stata bocciata si sarebbe suicidata.
Ora, miss Maria non ha mai preso un voto decente, in prima l’hanno
promossa perché faceva pena alle “profie” e perché
la madre è andata a parlare con le professoresse. Quest’anno
non sapeva cosa fare per essere promossa e ha inventato la storia del
suicidio. Da una settimana non parliamo più assieme, lei è
convinta di poter sperare che noi andiamo a consolarla dopo che ci ha
rovesciato le cartelle e tirato l’acqua…>
Un
altro ragazzino racconta così di una compagna di classe:
<Non ha la forza di difendersi. E’ povera e, soprattutto,
indifesa. Noi le diciamo parolacce e non ci avviciniamo neanche perché
dicevamo che non si lavava. Questa ragazza la prendevamo in giro anche
perché ha paura di tutto: della palla quando si gioca, dei pezzi
di carta che le lanciamo. Quando le arriva la palla invece di prenderla
si sposta, facendoci perdere punti.
E poi per come si veste, e perché non è intelligente ed
è molto magra. E’ pure vero che lei però reagisce
in modo esagerato ed è molto appiccicosa. E’ spiona, antipatica,
brutta di aspetto e di carattere. Dovrebbe essere più spigliata,
simpatica ed evitare di isolarsi. Dovrebbe almeno sforzarsi e non farsi
vedere dagli insegnanti, facendosi compatire>.
<Quando
una comitiva di ragazzini si trova in difficoltà, o ha bisogno
di stringere un patto di alleanza, cerca sempre un capro espiatorio>.
Così scrive la psicologa Silvia Bonino nel libro
“Il bullismo in Italia. <La caccia alla pecora nera è
un modo come un altro di difendersi. La vittima diventa bersaglio della
prepotenza collettiva. E, se reagisce, la violenza non fa altro che generare
altra violenza>.
Il
capro espiatorio è il bambino delle elementari: mite, timido, sensibile,
un po’ impacciato. Magari bravissimo a scuola, oppure no. Non ha
“quella cartella”, “quella felpa” e diventa così
identificabile e bersagliato da scherzi e soprusi.
Questi bambini come reagiscono? Dapprima protestano ma poi, pur di far
parte del gruppo, accettano le crudeli beffe pensando che le sberle e
gli spintoni sono sempre meglio dell’indifferenza.
Anna Oliverio Ferraris, psicologa dell’età
evolutiva, afferma che i meccanismi che possono spingere un bambino a
comportarsi da bullo sono essenzialmente due: l’apprendimento e
la rivalsa. <Nel primo caso, lo studente trasferisce in classe un modello
di comportamento che gli viene offerto in casa. Un padre prepotente, violento
nei confronti della moglie, dei parenti o dei vicini ha molte probabilità
di indurre nel figlio lo stesso atteggiamento: “Il papà è
forte, anch’io voglio essere come lui”. Nel caso della rivalsa,
invece, il bambino prima ancora che “carnefice” è “vittima”.
Ha subìto sulla sua pelle una violenza, fisica o psicologica, che
tende a scaricare sui compagni. Come si vede, in entrambi i casi, la famiglia
ha un ruolo decisivo. (…) Il bullismo ha alla base un disagio familiare.
Una volta chiarito questo aspetto, bisogna parlare ai nostri figli ed
insegnare loro che ci sono modi diversi dalla violenza per dimostrare
la propria forza>.
SCUOLA:
prima indagine in ITALIA sul bullismo alle superiori. Un ragazzo su due
subisce episodi di violenza verbale, psicologica e fisica. Il 33% è
una vittima ricorrente.
(dal Redattore Sociale)
http://www.edscuola.it/archivio/statistiche/bullismo.html
Realtà a confronto: l’indagine nel
Regno Unito
L’indagine più completa sino ad ora è stata condotta
nel 1990 nel Regno Unito attraverso l’utilizzo di un questionario
rivolto a 2.623 alunni di scuola elementare e 4.135 alunni di scuola secondaria
inferiore e superiore.
Nelle
scuole elementari:
- il 27% riferisce di aver subìto prepotenze più di una
o due volte in un quadrimestre e il 10% almeno una volta a settimana
- il 12% riferisce di aver compiuto angherie nei confronti di compagni
più di una o due volte in un quadrimestre e il 4% almeno una volta
a settimana
Nelle
scuole medie:
- il 10% riferisce di aver subìto prepotenze più di una
o due volte in un quadrimestre e il 4% almeno una volta a settimana
- il 6% riferisce di aver compiuto angherie nei confronti di compagni
più di una o due volte in un quadrimestre e il 1% almeno una volta
a settimana
(fonte:
I.Whitney e P.K.Smith 1993, “Educational Research”, n. 35,
pp. 3-25)
Tali
episodi di bullismo avvengono per lo più a scuola ed intorno ad
essa, specialmente in cortile, durante gli intervalli o le pause pranzo.
I soprusi continuano anche lungo la strada da casa a scuola e ritorno.
Per alcuni alunni, talvolta, la casa è il solo posto sicuro.
“Potenzialmente
tutti possono essere coinvolti in situazioni di bullismo, come agenti
o come vittime. Gli alunni che assumono atteggiamenti da bullo sono ragazzi
singoli o gruppi di parecchi ragazzi. Le ragazze tendono ad assumere tali
comportamenti in gruppo, spesso ricorrendo a forme sfumate che possono
risultare agli insegnanti più difficili da individuare. I ragazzi
usano tendenzialmente forme più dirette, in particolare soprusi
fisici.”
Vittime
ideali sono i bambini che spesso restano soli e non hanno tanti amici
a scuola, che si sentono insicuri. Anche quelli additati come “diversi”
dalla maggioranza sono a rischio, come quelli che necessitano di sostegno
e che hanno difficoltà nell’apprendimento.
Questi esempi, però, non devono diventare norma. Gli insegnanti
devono porre molta attenzione a non classificare per carattere e rendimento
gli alunni: i più disponibili e simpatici possono essere piuttosto
cattivi con i compagni e quelli più capaci e ben integrati possono
subire soprusi e temere i compagni che li tormentano.
Difficilmente le vittime confidano ciò che stanno sopportando,
lo faranno ad un amico o a qualche parente in casa, quasi mai a scuola,
per vergogna o paura di rappresaglie. Negano sistematicamente di fronte
agli insegnanti e pregano i genitori di “non dire nulla a scuola”.
L’omertà, anche in questo caso, diventa complice e facilita
la continuazione del dramma.
Figli soli. Per famiglia il gruppo d’amici:
l’opinione dello psicologo Charmet
(dall’intervista di Stefano Montefiori)
Violenti. Cattivi. Prepotenti. Arroganti. Ma perché? Come può
un bambino, pacifico in famiglia, trasformarsi in "piccolo boss”
appena superato il portone della scuola? Lo abbiamo chiesto a Gustavo
Pietropolli Charmet, psicologo, esperto di problemi degli adolescenti.
<I genitori sono sempre più occupati dal lavoro. E la famiglia
è sempre meno presente, in qualche caso non c’è affatto.
Può succedere che i bambini se ne costruiscano una tutta loro,
a scuola o in strada. E’ così che nasce il gruppo, la banda:
una famiglia “sociale” che, lentamente, prende il posto di
quella “naturale”>.
Questo passaggio, secondo Gustavo Pietropolli Charmet, può avvenire
prestissimo, quando i bambini sono ancora molto piccoli, in alcuni casi
già a partire dalla quarta elementare, quando si creano le prime
complicità: in aula ci si scambia messaggi sotto i banchi e, nei
corridoi, si sceglie la vittima di turno: il più debole.
La colpa, insomma, è ancora una volta dei genitori?
<Intendiamoci: è giusto che le madri lavorino, che i padri non
siano assillanti: i genitori oppressivi creano danni ancora più
gravi. Dobbiamo solo renderci conto che oggi i bambini sono spinti dalla
stessa famiglia a far parte di una “compagnia”: appena i figli
passano dall’asilo alla prima elementare, le madri cominciano a
organizzare feste, ritrovi, merende al fast food. Un po’ perché
hanno il terrore che il piccolo non riesca a inserirsi tra i compagni,
un po’ perché non possono più, come una volta, dedicare
tutta la loro giornata al figlio. Ecco quindi che il bambino passa più
tempo con gli amici (a scuola, nel tempo prolungato, facendo sport) che
con i genitori.
Il gruppo, la banda con i suoi simboli, i suoi riti, diventano il vero
punto di riferimento, al posto della famiglia sempre più presa
dal lavoro>.
Ma un gruppo di bambini nasconde sempre una banda di bulli? Non
è una visione troppo negativa?
<Se nella banda le personalità più forti sono quelle
di ragazzini rispettosi dei valori consolidati, magari boyscout
o dediti al volontariato, allora nessun problema. Se invece a comandare
è qualcuno che vuole rompere a tutti i costi i legami con la famiglia
naturale per affermare con forza il proprio potere nel gruppo e la propria
identità, ecco il “bullismo”>.
Come viene identificata la “pecora nera”?
<Di solito è un bambino che appare in modo evidente “figlio
di mamma”, invece che “figlio del gruppo”. Un bambino
magari accuratamente pettinato, vestito, secondo i gusti della madre.
Viziato e coccolato: ecco il nemico perfetto, privo dei segni distintivi
del gruppo, e carico invece di quelli della famiglia>.
Un bullo in classe. Che cosa si può fare per correggerlo?
<Prima di tutto, ascoltarlo di più. I segni di rivolta dei bambini,
anche la violenza, sono positivi: devono essere raccolti e usati come
spunto per cambiare le cose. La scuola non deve limitarsi a insegnare
matematica, italiano e scienze. Gli insegnanti non possono solo ripetere
la loro lezione ma educare in senso più ampio, e seguire la crescita
di bambini e ragazzi. Se gli insegnanti fossero in grado di svolgere il
ruolo di educatori, di punti di riferimento culturale e affettivo, non
servirebbe altro. In molti casi questo non è possibile, e allora
ben vengano iniziative come quella dello psicologo nelle scuole. Purché
lo specialista abbandoni la dimensione “clinica”: e non cerchi
“piccoli pazzi da curare”, ma ragazzini “difficili”
cui dare ascolto>.
Riflettendo
sul bullismo
(liberamente tratto da “Rocca” N. 22 del 15.11.1999)
Ragazzi vittime dei compagni di scuola. Ragazzi aggressivi, prepotenti,
prevaricatori. Anche bambini, soprattutto nelle scuole elementari, qualche
caso perfino nelle materne. Il fenomeno è noto come “bullismo”.
Bullismo scolastico. Ogni volta che la stampa riferisce di qualche episodio,
scatta puntuale l’allarme degli esperti, psicologi dell’età
evolutiva, insegnanti. Poi si rimuove, si circoscrive, si limita. Il fenomeno
c’è, ma si tratta di casi eccezionali, particolari. Si danno
le consuete spiegazioni: la povertà culturale ed economica di certi
settori di popolazione, la violenza che scorre imperterrita sui video
domestici, il disadattamento di ragazzi che vivono in famiglie difficili,
il disturbo psicologico di questo e di quello. Ma è proprio così?
Nonostante i risultati delle ricerche e nonostante che molti insegnanti
e capi d’istituto ammettano l’esistenza di comportamenti riconducibili
a ciò che si intende per “bullismo”, nel nostro paese
non sono stati ancora ne’ elaborati ne’ adottati specifici
programmi d’intervento.
Ma cosa accade in pratica quando il bullismo si manifesta? E come lo si
distingue dalle relazioni tra pari in cui, come sanno tutti quelli che
si occupano di bambini e ragazzi, è “normale” che ci
siano tensioni e interazioni aggressive di vano tipo? Una qualche conflittualità,
infatti, c’è sempre –dicono gli psicologi- nelle comunità
scolastiche. E sono anche piuttosto frequenti i comportamenti aggressivi
di alcuni ragazzi nei confronti di altri. Alcuni hanno come obiettivo
il divertimento, altri il bisogno di autoaffermazione, altri ancora la
misurazione dei rapporti di forza fisici, soprattutto tra i coetanei maschi.
Ma il bullismo –la prevaricazione intenzionale, le minacce, i ricatti-
scatta quando nel gruppo non si determina la capacità, spontanea
o gestita dagli adulti, di riconoscere il conflitto, di incanalarlo in
regole, di risolverlo volta per volta; cioè quando alle quotidiane
tensioni, incomprensioni, agli abituali “scontri” non si danno
risposte chiare, oneste e positive.
Il
libro in primo piano: “Tra regole e carezze – Comunicare con
gli adolescenti di oggi”, di Alessandro Costantini
Edito da Carocci Editori, il libro di Alessandro Costantini parte da un
presupposto fondamentale: ogni adulto che si rapporta con degli adolescenti
non può esimersi dal considerarsi un educatore. Metodo e strumento
indispensabile per questo delicatissimo compito è la comunicazione
che, se usata strategicamente, si dimostra utile nel contrastare e prevenire
le forme di aggressività, come per esempio il bullismo a scuola.
Il volume è rivolto agli educatori –insegnanti e genitori-
che quotidianamente si trovano ad essere figure di riferimento per bambini,
adolescenti e giovani ai quali devono saper porre quelle regole e quei
limiti che li aiutino nel loro cammino verso l’identità
e l’adultità.
Alessandro Costantini, pedagogista, psicologo psicoterapeuta,
mette in evidenza nel suo libro che “gli educatori del 2000 devono
fare i conti con eventi che stanno modificando il mondo e che influiranno
il futuro dei giovani. Basta citarne alcuni per comprendere quanto tutto
si stia modificando rapidamente. Primo fra tutti i tragici eventi che
si susseguono dall’11 settembre 2001. (…) Aiutare e guidare
le giovani generazioni a costruire il futuro di una umanità più
attenta a questi equilibri e meno violenta è un imperativo categorico
del quale tutte le culture devono farsi carico. Le azioni educative capaci
di produrre tali cambiamenti dovranno necessariamente avere paradigmi
comuni: il valore della pace, la negoziazione dei conflitti, il rispetto
dell’uomo sia esso inteso da un punto di vista laico che religioso,
l’attenzione alle radici e alle tradizioni etniche e culturali,
l’integrazione tra i popoli e tra le religioni.”
Il fenomeno della globalizzazione, dell’immigrazione, Internet,
l’utilizzo quotidiano della tv che ha una notevole influenza sui
giovani, i computer e la telefonia mobile sono tutti eventi che cambiano
e condizionano gli scenari sociali e il comportamento di ciascun individuo.
“E’ decisivo riuscire a confrontarsi con questi cambiamenti”
afferma Costantini, “è decisivo riuscire a trovare
le modalità per adattarvisi, è decisivo impostare
in maniera nuova l’azione educativa nei confronti dei giovani. Rinunciarvi
significa non essere al passo con i tempi, scollegarsi dal mondo giovanile,
non adempiere ad una funzione sociale vitale per la società.”
BIBLIOGRAFIA
CONSIGLIATA SUL BULLISMO
- IL BULLISMO IN ITALIA, a cura di Ada Fonzi, Giunti, Firenze, 1997
- TRA REGOLE E CAREZZE – COMUNICARE CON GLI ADOLESCENTI DI OGGI,
di Alessandro Costantini, Carocci Editore, 2002
- IL BULLISMO, a cura di M.L. Genta, Carocci Editore, Roma, 2002
- IL GIOCO CRUDELE, a cura di Ada Fonzi, Giunti, Firenze, 1999
- IL BULLISMO NELLE SCUOLE, di Franco Marini e Cinza Mameli, Carocci Editore,
Roma, 1999
- BULLI E PREPOTENTI NELLA SCUOLA. PREVENZIONE E TECNICHE EDUCATIVE, di
Sharp S., e Smith P.K., Centro Studi Erickson, Trento, 1996
- BULLISMO A SCUOLA. RAGAZZI OPPRESSI, RAGAZZI CHE OPPRIMONO, di Olweus
D. Giunti, Firenze, 1996
- L’AGGRESSIVITA’ NELLA SCUOLA, di Olweus D., Bulzoni, Roma,
1983
Greta
Blu
Riferimenti bibliografici:
“Bulli e prepotenti nella scuola” di Sonia Sharp e Peter K.
Smith (Ed. Erickson)
“La scuola dei bulli”, di Stefano Montefiori - “Annabella”,
16.03.1997 – N. 27
“Il Bullismo: persecutori e vittime fra i banchi di scuola”
di Anna Placentino e Barbara Rossi – www.psicoterapie.org
“Rocca” N. 22, 15 novembre 1999
“Tra regole e carezze – Comunicare con gli adolescenti oggi”
di Alessandro Costantini, Carocci Editore
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