|
RELAZIONE
SULLA CONDIZIONE
DELL’INFANZIA E DELL’ADOLESCENZA IN ITALIA
(La relazione è stata discussa e approvata dall'Osservatorio nazionale
per l'infanzia il 6 aprile 2001)
PRESIDENZA DEL CONSIGLIO
DEI MINISTRI DIPARTIMENTO PER GLI AFFARI SOCIALI OSSERVATORIO NAZIONALE
PER L'INFANZIA CENTRO NAZIONALE DI DOCUMENTAZIONE E ANALISI PER L'INFANZIA
E L'ADOLESCENZA
Il bullismo
scolastico
Uno dei problemi che
si sono evidenziati in questi ultimi anni nei rapporti tra gli studenti
di ogni grado di scuola è il fenomeno del bullismo. Per una definizione
chiara e concisa del termine è utile riprendere le espressioni
utilizzate in un questionario di rilevazione del fenomeno, ampiamente
utilizzato nelle ricerche sull'argomento condotte in molti paesi d'Europa
tra cui l'Italia.
Diciamo che un ragazzo subisce delle prepotenze quando un altro ragazzo,
o un gruppo di ragazzi, gli dicono cose cattive e spiacevoli, sempre prepotenza
quando un ragazzo riceve colpi, pugni, calci e minacce, quando viene rinchiuso
in una stanza, riceve bigliettini con offese e parolacce, quando nessuno
gli rivolge mai la parola e altre cose di questo genere. Questi fatti
capitano spesso e chi subisce non riesce a difendersi. Si tratta sempre
di prepotenze quando un ragazzo viene preso in giro ripetutamente e con
cattiveria. Non si tratta di prepotenze quando due ragazzi, all’incirca
della stessa forza, litigano tra loro o fanno la lotta.
Coetanei ma
non pari
Il bullismo costituisce una manifestazione dell'aggressività tra
le più deleterie e distruttive. Due sono le caratteristiche fondamentali
che lo contraddistinguono: da un lato la simmetria di forze tra le due
figure direttamente coinvolte nel fenomeno, il bullo e la vittima, dall’altro
la sua ripetitività nel tempo. E’ evidente che queste due
caratteristiche si pongono in una relazione circolare, dato che la simmetria
di forze rende più probabile il ripetersi dell'aggressione del
più forte verso il più debole e che tale pratica rende i
coetanei sempre meno pari: più potente il bullo e più debole
la vittima. L’aggressione si pone, quindi, non come mera espressione
di tratti personologici individuali o come pulsione primaria, ma come
drammatica routine che rende stabili e palesemente riconoscibili gli aspetti
salienti delle parti direttamente coinvolte. Il bullo si configura sempre
più chiaramente come un soggetto caratterizzato da aggressività
e scarsa empatia, da una buona opinione di sè e da un atteggiamento
positivo verso la violenza. La vittima, di contro, tende a chiudersi in
atteggiamenti ansiosi e insicuri e a produrre un'immagine negativa di
sé, in quanto persona di poco valore e inetta. Importante sottolineare
che il semplice ricorso all'aggressività non differenzia di per
sè i ruoli antitetici e complementari del bullo e della vittima.
Anche le vittime possono far ricorso a condotte aggressive. Olweus distingue
tra vittime passive e vittime provocatrici. Queste ultime, caratterizzate
da una combinazione di due modelli reattivi, quello ansioso proprio della
vittima passiva e quello aggressivo proprio del bullo, possono avere comportamenti
iper-reattivi, instabilità emotiva e irritabilità. Il risultato
è una condotta ostile ma inefficace. Proprio la capacità
di agire un comportamento aggressivo bene organizzato e funzionale ad
acquisire l'obiettivo designato (mortificare l’altro, conquistare
una posizione di supremazia, ottenere beni materiali) costituisce appunto
lo spartiacque che differenzia le vittime provocatrici dai bulli.
Le condotte da bullo possono assumere forme diverse, di tipo diretto e
indiretto: le prime sono costituite da attacchi fisici, come pugni, calci
e atterramenti, o verbali, come insulti, minacce e prese in giro; le seconde
sono costituite da una serie di dicerie e atteggiamenti di esclusione
che intrappolano la vittima ponendola in una luce negativa e condannandola
all'isolamento.
Le manifestazioni del bullismo dipendono dall’età e dal genere.
Come rilevato da una ricerca di Smorti e altri, con l’età
emerge la tendenza a una limitazione nell’uso dell’aggressività
fisica ai danni di ambo i sessi, mentre si assiste a un aumento di quelle
molestie sottili e indirette, come calunniare ed escludere dalla relazione.
Le risposte delle vittime indicano che la maggior parte dei prepotenti
è di sesso maschile e della stessa età del soggetto. Questo
si verifica nella quasi totalità dei casi per i bambini, che non
sono quasi mai vittimizzati dalle bambine. Inoltre, nelle bambine il fenomeno
delle prepotenze è più ristretto alle relazioni con i compagni
di classe mentre nei bambini si allarga a tutta la scuola.
All’ingresso nella scuola media la situazione dei due generi cambia
e si diversifica ulteriormente. Per i maschi il fenomeno delle prepotenze
sembra legato a una doppia dinamica, di potere e di matrice sessuale:
la prima interessa essenzialmente il rapporto maschio-maschio e sancisce
una gerarchia sociale tra chi è più forte e chi è
più debole; la seconda riguarda invece il rapporto maschio-femmina
ed è piuttosto volta a esprimere differenziazione e attrazione
sessuale. Nelle bambine il problema delle prepotenze si presenta in maniera
diversa. Per quanto sia preminente la dinamica di tipo sessuale con i
bambini, esiste tuttavia anche il fenomeno delle prepotenze con soggetti
dello stesso sesso, secondo modalità più sottili e nascoste
che non tendono comunque a stabilire una gerarchia di potere esplicita
e chiaramente riconoscibile ma che, al contrario, in casi estremi possono
addirittura confondersi con relazioni di amicizia.
Una nicchia
ecologica condivisa ma nascosta
Il bullismo, secondo la prospettiva teorica inaugurata da Bronfenbrenner,
può essere concepito come una nicchia ecologica, delineata in primo
luogo dalla drammatica complementarità del bullo e della vittima.
Non si tratta tuttavia di una cellula isolata, dato che risulta bene inserita
e trova un terreno di sviluppo e sostegno nel contesto più ampio
del gruppo dei coetanei, in modo particolare della classe.
Relazione sulla condizione dell'infanzia e dell'adolescenza in Italia,
2000 156 Il bullo non agisce isolato. Spesso può contare sulla
cooperazione di altri compagni o su astanti che non intervengono e approvano
tacitamente. Ciò è comprovato dal giudizio espresso dalle
vittime nei confronti dei compagni e verificato da ricerche osservative
condotte sul campo, che individuano a sostegno dell'azione esercitata
dal bullo sia quella di compagni che partecipano direttamente al compimento
dell'azione di sopraffazione, sia quella di soggetti che, a guisa di pubblico,
incitano e sostengono emotivamente il bullo, sia infine, quella di chi,
con la propria indifferenza, contribuisce a far calare il velo del silenzio
e dell’omertà.
L’analisi degli atteggiamenti dei membri del gruppo nei confronti
del prepotente e della vittima aggiunge un altro elemento a sostegno dell'idea
che il bullismo non è un fenomeno estraneo alla cultura dell'infanzia
e dell'adolescenza. I compagni, nella quasi totalità dei casi,
esprimono nei confronti della vittima antipatia e rifiuto, mentre l'atteggiamento
verso il bullo varia in rapporto a circostanze diverse, inerenti a fattori
individuali e contestuali. In ogni caso, anche se nel corso dell’età
il bullo appare progressivamente sempre più rifiutato da buona
parte dei coetanei, ciò non significa affatto che non susciti in
altri simpatia e ammirazione. Da una ricerca sociometrica di Tomada e
Tassi emerge che l’esercizio delle prepotenze non compromette la
desiderabilità amicale né del bullo né dell’amico
di questi, ma fa sÏ che entrambi rappresentino nel gruppo un polo
di attrazione. Il punto fondamentale è che l’elemento caratterizzante
la rete dei rapporti dei bulli è l’avere come amici compagni
prepotenti e non vittimizzati. Un fatto questo che verifica la possibilità
del bullo di contare sull'aiuto, il sostegno e quindi anche sulla comprensione
di altri membri della classe.
L’azione del gruppo dei coetanei nel sostenere il fenomeno del bullismo
assume anche forme più indirette, come quelle che si esprimono
nel gioco sottile delle aspettative e della condivisione di modelli di
comportamenti attesi, interagendo dinamicamente con il progressivo configurarsi
dei ruoli del bullo e della vittima. Tale gioco, una volta attivato, contribuisce
all'etichettamento di certi bambini come bulli e di altri come vittime
e, per questa via, da un lato crea i contesti sociali atti alla loro perpetuazione,
dall'altro fa interiorizzare a bulli e vittime modalità di azione
conformi al proprio ruolo.
Il contributo teorico di Emler e Reicher, relativo al più ampio
problema della devianza giovanile, ci spinge ancora più avanti,
facendo intravedere l'idea che i ragazzi possano assumere il progetto
di acquisire e consolidare una reputazione, qual è appunto quella
del bullo, non conforme ai principi etici e alle norme sociali. Per varie
ragioni, essi possono sviluppare un atteggiamento di sfiducia e talvolta
di sfida verso l'ordine istituzionale globale, e giungere così
a cercare un proprio spazio nella società al di fuori di tale ordine,
in una sorta di sistema informale che costruiscono con i coetanei che
vivono le stesse esperienze. Il gruppo dei coetanei, come nel caso delle
varie bande, offre ai suoi membri l'opportunità di vivere in un
ambiente in cui le regole formali della società sono sostituite
da altre regole, elaborate dallo stesso gruppo secondo una logica trasgressiva.
In questo contesto, il bullismo costituirebbe sia una modalità
di sopravvivenza in un mondo in cui l'autorità sembra non costituire
alcun sostegno, sia un modo di comunicare quello che si è o si
pretende di essere acquisendo una reputazione oppositiva e deviante.
Se da un lato si intravedono molti elementi di continuità tra il
bullismo e aspetti del macrosistema, ovvero della società nel suo
complesso in cui è ricorrente la celebrazione dell'affermazione
personale anche a costo dell'aggressione dall'altro emerge una sorta di
separazione, anche se, come vedremo più avanti, del tutto apparente
e formale, tra il mondo dei bambini e quello degli adulti. Dai dati della
ricerca sopracitata emerge infatti che genitori e insegnanti sono prevalentemente
ignari della portata del fenomeno e che è scarsa la comunicazione
adulto-bambino sul problema.
Anche coloro che hanno la necessità di chiedere urgentemente aiuto
agli adulti le vittime rimangono mute, nel migliore dei casi perché
si aspettano scarsa attenzione, nel peggiore perché si sentono
in colpa per non essere abbastanza forti da rispondere alle prepotenze.
I bulli, del resto, se da un lato non hanno alcuna ragione per sollevare
il problema, dall'altro si ritengono comunque destinatari di approvazione
e rinforzo.
Un rischio
progressivamente crescente
Da un'ampia ricerca condotta in varie parti di Italia, emerge che il bullismo
a scuola costituisce un fenomeno diffuso, con indici complessivi che vanno
dal 41% nella scuola primaria al 26% nella scuola media per quanto riguarda
il numero degli alunni oggetto di prepotenza. Quando poi viene chiesto
ai soggetti di valutare il numero di compagni implicati come vittime,
circa il 61% nella scuola elementare e il 53% nella scuola media ritengono
che ve ne siano almeno tre per classe. Se i dati della ricerca italiana
vengono posti a confronto con quelli di altri Paesi ne emerge a prima
vista un quadro sconfortante, dato che risultano assai più elevati,
ad esempio quasi doppi di quelli ottenuti nel Regno Unito. Ciò
non significa però necessariamente che nelle scuole italiane la
sopraffazione sia più praticata che altrove. Il divario tra i dati
italiani e quelli internazionali potrebbe essere da attribuire a un modo
diverso di interpretare e vivere il fenomeno.
Come suggerisce Fonzi probabilmente nel nostro Paese, a differenza di
altri, il conflitto è più tollerato e porta meno frequentemente
alla rottura dei rapporti, assumendo quindi una minore rilevanza che induce
a una più diffusa ammissione sia da parte di chi agisce che di
chi subisce.
In linea con i dati raccolti in altri Paesi, si registra una sensibile
diminuzione del fenomeno nel passaggio dalla scuola elementare a quella
media. Sebbene la questione rimanga da approfondire, Ë plausibile
ritenere che a questa diminuzione quantitativa del fenomeno corrisponda
il suo progressivo acuirsi. In altre parole, come si verifica per l'aggressività
in generale, Ë possibile che il bullismo, da fenomeno per molti versi
tollerabile e fisiologico tra i bambini, diventi indice di serio rischio
nella pubertà, in quanto momento significativo di definizione dell'identità
personale, di sé nel gruppo dei coetanei, dei rapporti con il proprio
e l'altro sesso, di adesione o meno a gruppi devianti. In ogni caso, la
possibilità che determinati soggetti permangano nel ruolo del bullo
e della vittima determina un rafforzamento e una radicalizzazione dei
rispettivi ruoli, con l'accentuarsi del rischio di una progressiva canalizzazione
delle traiettorie dello sviluppo verso direzioni patologiche e devianti.
Per le vittime si prospetta, nell'immediato, una progressiva perdita di
sicurezza e autostima che può concretizzarsi in attacchi di ansia,
somatizzazioni e rifiuto di recarsi a scuola; più a lungo termine,
il rischio di cadere in stati depressivi anche di grave entità.
Di contro, per i bulli vi è il rischio di un uso sistematico e
pervasivo della violenza che può concretizzarsi nella criminalità.
Si tratta tuttavia di rischi e come tali devono essere intesi, per cui
appare inappropriata, e a sua volta rischiosa, ogni politica di intervento
che in maniera diretta o indiretta etichetti nettamente ogni bambino che
si rende attore o vittima di prepotenze. E questo anche riferendosi all'adolescenza,
in cui la plasticità dello sviluppo rimane elevata e il superamento
dei compiti dello sviluppo si realizza dopo fasi alterne di scelte provvisorie
che non risultano irreversibili e non sono quasi mai tali da canalizzare
in un percorso obbligato. Riferendosi poi all'età infantile, predire
esiti evolutivi marcatamente negativi sulla base di episodi di prepotenza
appare ancora più discutibile.
Sulla contiguità o discontinuità degli atteggiamenti da
bulli e di fenomeni ben più gravi che vedono l'uso di forme estreme
di violenza, di maltrattamento psicologico e di rifiuto per fini diversi
che vanno dall'estorsione, all'abuso sessuale e all'affermazione personale
fine a se stessa, non si può dire molto. Probabilmente, come si
verifica in analoghi domini della psicologia e della psicopatologia dello
sviluppo, gli episodi gravi sono anticipati da quelli lievi, ma questi
ultimi risultano dei cattivi predittori dei primi.
Chi è
il colpevole?
Ai fini della previsione, ma anche a quelli dell'intervento, è
importante comprendere le cause del bullismo o le concomitanze che a esso
si associano, secondo una relazione circolare. Dalle ricerche a disposizione
vengono smentiti alcuni luoghi comuni che tendono a porre il bullismo
in relazione a particolari fattori socioambientali e a caratteristiche
fisiche dei soggetti. Sembrerebbero, infatti, sostanzialmente disattese
le ipotesi, spesso avanzate dagli insegnanti, secondo le quali un alto
numero di studenti per classe e l'ampia dimensione della scuola sarebbero
correlati positivamente con la presenza di prepotenze. Neppure avrebbero
incidenza lo scarso rendimento scolastico dei soggetti coinvolti e lo
svantaggio socioeconomico. Anche altri facili parallelismi non hanno retto
alle verifiche empiriche: i bambini che subiscono prepotenze non sono
portatori di caratteristiche fisiche particolari, come avere i capelli
rossi, essere obesi o portare
gli occhiali.
Un'ipotesi che con particolare attenzione Ë stata sottoposta al vaglio
dei ricercatori è quella secondo la quale il bullismo sarebbe connesso
a deficit di natura sociocognitiva, come nel caso di molte condotte aggressive.
Le ricerche in proposito inducono tuttavia a non generalizzare alla categoria
dei bulli i risultati ottenuti con la più ampia popolazione dei
soggetti aggressivi e, in particolare, a non attribuire ai bulli quelle
manifestazioni dell'aggressività di natura impulsiva, che si caratterizzano
per la compromissione della funzione cognitiva, spesso in concomitanza
ad un'alterazione delle funzioni eccitatorie. Le ricerche ascrivono piuttosto
ai bulli un'elevata capacità di pianificazione dell'azione aggressiva,
di manipolazione delle situazioni per proprio vantaggio personale, come
pure l'abilità di tenere conto degli stati mentali dell'altro.
Sebbene costituisca oggetto di approfondimento, l'ipotesi del deficit
sociocognitivo si applica con maggior successo alle vittime, che di fatto
risultano meno capaci di affrontare la realtà sociale anche ai
fini dell'immediato e del vitale interesse della difesa personale. Sembrerebbe
invece esserci una correlazione con i contesti educativi e di socializzazione,
in prima istanza quelli relativi all'influenza familiare.
Gli studi relativi al clima familiare hanno evidenziato l'incidenza negativa
sia di uno stile educativo permissivo e tollerante, sia di quello coercitivo.
In entrambi i casi è probabile l'assunzione da parte del bambino
di condotte aggressive, nel primo caso per l'incapacità a porre
adeguati limiti al proprio comportamento, nel secondo per la tendenza
a legittimare l'uso delle stesse modalità comportamentali esperite
nella relazione parentale. Numerosi studiosi sostengono l'utilità
di considerare la combinazione delle dimensioni della coesione e del potere
all'interno del sistema familiare. Nelle famiglie in cui un alto potere
gerarchico si associa a una bassa coesione tra i membri, i figli tenderebbero
ad assumere il ruolo del bullo. Al contrario, se è presente un
alto grado di coesione, unitamente al venire meno di una struttura gerarchica
che marca la differenziazione dei ruoli, si produrrebbe un sistema familiare
invischiato, tipico delle vittime.
Anche altri studi riferiti alla coesione interna delle famiglie e al rapporto
con l'esterno evidenziano una correlazione con la messa in atto o meno
di atteggiamenti da bulli.
Un'altra dimensione significativa inerente al clima familiare è
quella che riguarda il sistema di valori del nucleo. I risultati di altre
ricerche indicano che i valori trasmessi dai genitori influenzano sia
il modo in cui il figlio si relaziona con gli altri, sia il modo in cui
risolve le difficoltà della vita. In particolare, i risultati ottenuti
verificano che nelle famiglie dei bulli, diversamente da quanto si verifica
in quelle delle vittime, le strategie utilizzate per affrontare le difficoltà
sono fondate sull'individualismo e l'egoismo.
Linee di intervento
Vi sono diverse possibilità di intervento sul bullismo che vedono
in primo piano un impegno non indifferente della scuola in una articolazione
di azioni che vanno però dal piano istituzionale a quello individuale.
» necessario che l'intervento venga effettuato secondo una prospettiva
sistemica. Non è questo il luogo per soffermarci sulle linee di
azione ma è bene sottolineare come in questi ultimi anni siano
stati messi a punto una serie di programmi volti a contrastare il fenomeno.
Tali programmi prevedono l'utilizzo di diverse tecniche che vanno dagli
incontri di classe per discutere le difficoltà o i problemi personali
vissuti, all'attivazione di occasioni di apprendimento cooperativo e di
attività positive comuni, a incontri tra insegnanti, genitori e
alunni, a colloqui approfonditi con i bulli e con le vittime, a colloqui
con i genitori degli studenti direttamente coinvolti nel problema, a incentivazione
di forme di aiuto da parte di ragazzi neutrali. E' previsto anche l'utilizzo
di alcuni ausili quali filmati o opere letterarie che trattano il problema
per potenziare la consapevolezza e la comprensione della gravità
del fenomeno. Un'attività complementare e che per molti può
risultare maggiormente coinvolgente sul piano emotivo è quella
costituita dal role playing e da rappresentazioni teatrali. In generale,
la drammatizzazione costituisce un efficace tramite per permettere a bambini
e ragazzi di sviluppare una maggiore empatia e consapevolezza degli altri,
di familiarizzare con situazioni critiche e di appropriarsi di nuovi repertori
comportamentali.
E' bene sottolineare come l'intervento diretto dell'adulto nelle dinamiche
relazionali tra bambini e ragazzi, per quanto sia efficace nel contrastare
il fenomeno del bullismo, pone alcuni interrogativi che meritano attenzione.
Il problema emerge non tanto nei casi di prepotenza di grave entità
in cui tale intervento, secondo modalità informali e istituzionali,
costituisce l'espressione tangibile di una scuola e, più in generale,
di una società retta da principi democratici contrari alla logica
della sopraffazione ma in quelli di lieve entità, in cui si corre
il rischio di sottovalutare e compromettere le capacità infantili
e adolescenziali di risoluzione dei problemi a livello individuale e relazionale.
Del resto l'esposizione al rischio può costituire nel breve o nel
lungo periodo un fattore di protezione, attivando, in maniera analoga
al vaccino, le risorse necessarie per fronteggiare il rischio stesso.
Oltre a questo, c'è da considerare il fatto che l'intervento diretto
dell'adulto a protezione della vittima ne può ulteriormente indebolire
la posizione nel gruppo dei coetanei, confermando la sua incapacità
di difesa.
In questa prospettiva, da un lato si ripropone lo spinoso problema di
distinguere tra episodi di prepotenza di diversa entità, al fine
di modulare l'intervento diretto, dall'altro, si delinea l'utilità
di una strategia di prevenzione generalizzata, volta ad affermare un ordine
democratico e a potenziare le risorse dei più deboli, a prescindere
dall'immediato verificarsi di episodi di bullismo.
rif. : www.edscuola.com
|