| LORITA
TINELLI
(Presidente del Centro Studi Abisi Psicologici (CESAP) di Bari):
Minori e Sette
1. Alcuni
tra i fatti di cronaca più difficilmente comprensibili hanno per
protagonisti minori che fanno parte di sette o organizzazioni simili;
il fenomeno è forse più diffuso di quanto possa sembrare.
Esistono in Italia delle stime sul numero di minori che appartengono alle
sette? E qual'è la percentuale dei minori rispetto al totale degli
adepti?
R: Purtroppo al momento non è possibile stimare il numero dei minori
coinvolti nelle sette. Sia perché una ricerca in questo senso non
è mai stata possibile sino ad ora sia perché ogni setta
possiede un proprio stile di vita ed una propria ideologia, anche in relazione
ai minori.
Esistono per esempio sette che incentivano la procreazione, pur sostenendo
che un figlio nel momento in cui viene al mondo diviene in automatico
un altro membro della comunità e quindi della sua educazione se
ne occupa la setta e non più i genitori (lo si vede per esempio
tra i Bambini di Dio o nella Comunità di Damanhur). Spesso si tratta
di un tipo di educazione totalitario, in cui vengono anche usate le “maniere
forti”. Nell’ultimo anno per esempio, sono stati pubblicati
alcuni articoli relativi agli abusi subiti dai minori nelle comunità
degli Hare Krishna. Alcuni ex aderenti della setta del Rev. Jones, superstiti
al grande massacro della Guyana, hanno riportato inoltre agghiaccianti
testimonianze sul tipo di educazione che lo stesso Reverendo riservava
ai minori; essi non potevano salutare i bambini fuori dal gruppo, dovevano
necessariamente chiamarlo ‘Padre’, pena una serie di punizioni
con induzioni di paura.
In alcuni gruppi settari i minori vengono seguiti anche nel percorso scolastico,
difatti vengono istituite delle scuole private, perché è
importante che essi non socializzino con altri coetanei, come invece avverrebbe
in una scuola pubblica. Spesso nelle scuole della setta seguono le classi
sono miste per età e le lezioni sono prevalentemente improntate
sull’ideologia di fondo della setta stessa. Insomma un ulteriore
strumento di indottrinamento!
Vi sono sette che invece non ritengono di volersi occupare di bambini
e incentivano i propri adepti a non procreare.
In altre sette invece, quelle di carattere magico-esoterico, la procreazione
viene permessa al fine di poter utilizzare feti abortiti per rituali specifici.
2.
Che tipo di ripercussioni ci sono, dal punto di vista psicologico, sulla
crescita emotiva e, più in generale, sulla psiche dei minori?
Le ripercussioni sono diverse. Innanzitutto nei culti totalitari viene
impedita una normale socializzazione dei minori all’esterno della
comunità stessa. Quindi spesso i bambini e i ragazzi trascorrono
il loro tempo con adulti che li indottrinano e che non giocano con loro.
Quando poi è loro possibile frequentare la scuola pubblica, viene
indotta una paura nei confronti dei coetanei ‘del mondo’,
strumenti di Satana per deviarli. Quindi la vita dei bambini all’interno
di sette è costellata da induzioni di timori verso il mondo esterno,
sensi di colpa e timori di possibili punizioni qualora non seguono i precetti
della comunità.
Questo fa sì che diventino adulti fragili e con diversi disagi.
3.
Questi danni di cui ha parlato sono più o meno gravi di quelli
normalmente causati ad un adulto e sono più o meno recuperabili?
I danni inferti
ad un minore sono di sicuro più gravi di quelli che può
sperimentare un adulto. Innanzitutto perché il bambino è
una personalità in costruzione che necessità di ambienti
stimolanti e rassicuranti per potersi evolvere in modo equilibrato. Poi
perché le sue difese non sono così forti e stabili come
quelle di un adulto. Il mondo filtrato dai racconti di un adulto, spesso
le uniche figure di riferimento, assume significati assoluti.
Il recupero? E’ un discorso molto complesso! Intanto è possibile
pensare ad un progetto di recupero solo se anche la famiglia o almeno
un membro di essa (quello che ne è tutore) è al di fuori
del gruppo. Poi comunque è sempre un percorso molto complesso e
dipende anche dai danni che lo stesso minore ha subito nella esperienza
di affiliazione alla setta.
4.
Quali sono i comportamenti più evidenti di un minore-adepto, quali
i segnali a cui
i genitori o gli educatori devono porre attenzione?
L’isolamento
dai compagni, il non voler condividere momenti festosi o ludici con la
classe, sono già i primi elementi che dovrebbero far riflettere
gli insegnanti.
Per quel che riguarda i genitori, noteranno ben presto un comportamento
altalenante nel proprio figlio. Momenti di chiusura estrema alternati
ad altri di nervosismo incontrollato con episodi allucinatori. Addirittura
molti genitori iniziano a pensare in questi momenti che il proprio figlio
sia sotto l’effetto di farmaci. Nella maggior parte dei casi questo
è falso. Ma il comportamento bizzarro messo in atto altro non è
che un effetto dell’innamoramento del ragazzo verso il gruppo o
il leader conosciuto. E’ una specie di rapimento, di folgorazione!
A questo segue un diverso stile di vita, più consono a quello del
gruppo, cambiamento dell’abbigliamento, del linguaggio, che si fa
sempre più appiattito a quello del gruppo e con l’uso del
gergo del gruppo stesso e l’inizio di una serie di provocazioni
di vario genere che il ragazzo stesso adotterà per cercare una
rottura con la propria famiglia. Difatti nelle linee generali a queste
provocazioni seguono liti sempre più forti sino a che il figlio
si sente in diritto di prendere i propri bagagli e andarsene di casa,
dando la colpa del tutto alla propria famiglia che non vuole capire il
suo percorso spirituale verso la “verità”.
5. Che consigli si possono dare ad un genitore
che ha compreso che il proprio figlio è caduto nella rete di una
setta?
Non perdere
i contatti. Difatti le sette inducono spesso i propri aderenti a tagliare
i legami affettivi con la propria famiglia.
Rassicurare il proprio figlio che malgrado l’appartenenza a un gruppo
X è sempre il proprio figlio.
E soprattutto raccogliere tutto quanto è possibile (documenti,
volantini, etc etc) sul gruppo di appartenenza del proprio figlio, in
modo da conoscerlo sempre più e comprenderne i punti deboli o gli
atteggiamenti che confinano con l’illegalità.
6. In questo contesto, qual'à il ruolo della scuola e della comunità
educativa?
La scuola,
in quanto comunità educativa e formativa, deve provvedere a fornire
stimoli adeguati per la crescita di una società priva di una mentalità
pregiudizievole, tipica dei gruppi chiusi. Deve inoltre provvedere allo
sviluppo di capacità intellettive basate sull’effettiva elaborazione
dei dati in ingresso.
7. La prevenzione è possibile? E, se si, con quali modalità?
La sensibilizzazione
ma soprattutto l’informazione chiara e continua possono essere armi
utili alla prevenzione.
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