| “Era
la fine d’ottobre, mio figlio era appena rientrato da scuola, racconta
Nandini con le lacrime agli occhi in un nascondiglio segreto ad est di
Sri Lanka. Ero uscita a vedere un’amica, mentre lui stava riposando.
D’un tratto i vicini sono arrivati correndo e gridando che i combattenti
Karuna erano entrati a casa mia. Quando sono arrivata, ho visto il camion
bianco che ripartiva con mio figlio che urlava. Non ho potuto fare nulla.
Aveva 15 anni.”
Sono loro l’attributo
indispensabile delle nuove guerre nei Paesi in via di sviluppo : selvaggi,
senza fede né legge, piccoli clown d’un macabro circo.
Si definisce
bambino soldato ogni minore di diciotto anni appartenente ad un gruppo
armato, qualsiasi sia il ruolo ch’egli esercita. “Il minore
arruolato puo’ essere un combattente, ma anche cuoco, facchino,
messaggero, spia od oggetto sessuale”, precisa l’UNICEF.
Se i Protocolli
addizionali alle Convenzioni di Ginevra stabiliscono che i minori di quindici
anni non possano essere arruolati né possano prendere parte alle
ostilità, in realtà i minori che vivono in zone di conflitti
sono candidati potenziali per le forze armate.
Alcuni vengono rapiti o arruolati forzosamente, altri invece sono indotti
ad arruolarsi per povertà, per liberarsi dalle violenze ordinarie.
In generale prive della protezione familiare, d’educazione e di
qualsiasi strumento atto a prepararle alla vita adulta, le giovanissime
reclute non possono quasi concepire una vita al di fuori del quadro bellico.
Per essi, entrare in un gruppo armato é praticamente l’unico
mezzo che assicuri la sopravvivenza. In generale, rispondono tutti a condizionamenti
di origine economica, culturale, sociale e politica.
Individui facilmente manipolabili, i bambini sono ancora privi di una
vera coscienza del pericolo ed ignari di cio’ che é bene
e di cio’ che é male.
Equipaggiati di armi micidiali, intossicati da alcool e droga per incitarli
alla violenza e toglier loro qualsiasi spirito critico, dipendenti in
tutto dal gruppo al quale appartengono, incapaci di trovare una via d’uscita
o troppo spaventati per farlo, questi bambini si trasformano in bombe
incontrollate, pericolosi per sé e per gli altri.
Commettono atrocità, delitti, abusi, violenze con la facilità
del gioco.
E riemergono da tali esperienze con ferite fisiche, psicologiche e sociali
di una tal gravità da apparire incurabili.
Se la situazione
di un bambino strappato alla famiglia, talvolta drogato, addestrato ad
uccidere, a saccheggiare ed a violentare é di per sé inimmaginabile,
non si puo’ trascurare la dimensione delle bambine che, in generale,
sono le grandi assenti dai programmi di protezione messi a punto dal mondo
associativo, soprattutto in Africa.
In realté, le bambine soldato rappresentano circa il 40% di alcuni
gruppi di giovani militari. A volte combattenti, spesso schiave sessuali
e sistematicamente serve per i lavori domestici. Il loro ruolo non é
facile da identificare: non soltanto conoscono l’esperienza di uccidere,
ma in generale bambine ed adolescenti subiscono litanie di violenze da
parte di soldati drogati, alcolizzati, a volte più giovani e sempre
carichi d’armi. E quando non abortiscono, si ritrovano a crescere
un figlio non voluto e ben presto abbandonato.
“Le ragazzine arruolate forzosamente nei gruppi armati sentono a
tal punto la vergogna ed il senso di disonore che la maggior parte tra
loro non osa nemmeno presentarsi ai servizi offerti dal programma nazionale
di reinserimento” spiega il ministro degli Esteri della Repubblica
Democratica del Congo (Messaggio inviato dal Ministro
degli Esteri della Repubblica Democratica del Congo, Raymond Ramazani
Baya in occasione della conferenza di Parigi).
Spesso vengono ripudiate dalla comunità d’origine: “Come
pensare di far accettare i figli del nemico? E’ oltremodo difficile,
tanto per la comunità quanto per le stesse madri, che si sentono
infettate per sempre” (Kristine Barstad della
Croce Rossa Internazionale)
Risultato: le ragazzine evitano qualsiasi dispositivo di censimento. Si
tratta di una sorta di sindrome di Stoccolma: les minori restano insieme
ai genitori dei loro figli perché non hanno altra scelta. Si evidenzia
dunque la necessità di mettere a punto dei programmi specifici
per le bambine, programmi che sinora non sono stati supportati da un’azione
coerente e mirata.
Azione emersa
di recente in occasione della Conferenza internazionale di Parigi, primo
storico evento al quale abbiano aderito non soltanto gli attori della
vita associativa ma gli stessi protagonisti del mondo politico.
Il 5 e 6 febbraio 2007, sotto l’egida dell’UNICEF, 58 stati
si sono impegnati solennemente a prendere provvedimenti seri per combattere
l’impiego dei 250.000 minori arruolati nelle forze armate. Dieci
tra i dodici paesi dove, secondo le Nazioni Unite, vengono impiegati minori
come soldati hanno espresso il loro sostegno per il raggiungimento dell’obiettivo:
Burundi, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Somalia,
Sudan, Ciad, Colombia, Nepal, Sri Lanka, Uganda. I due paesi restanti,
Birmania e Filippine, non hanno partecipato alla conferenza.
Punto di partenza della riflessione sono stati i “Principi del Cap”,
elaborati nel 1997 dall’Unicef in partenariato con alcune ONG operanti
sul campo, e le norme internazionali in materia (Convenzione
n. 182 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, Protocollo
addizionale alla Convenzione Internazionale sui Drirtti dell’Infanzia,
risoluzioni ONU nn. 1261, 1314, 1460, 1539 e 1612).
I lavori, organizzati in tre sessioni, hanno evidenziato le priorità
immediate, ovvero la liberazione senza condizioni dei minori arruolati
a gruppi o forze armate, il loro reinserimento perenne nella società
alla quale viene richiesto un ruolo attivo di accoglienza, le strategie
per prevenire arruolamento ed utilizzazione da parte dei gruppi armati
ed, infine, la lotta contro l’impunità.
Durante le sessioni, un ex-bambino soldato della Serra Leone, Ishmael
Beah, ha comosso l’auditorio evocando l’enormità dei
danni ai quali sono confrontati i giovani combattenti, per i quali «uccidere
diventa» all’età di 12 anni «facile come bere
un bicchier d’acqua». Esortando i partecipanti a prendere
misure concrete, Ishmael termina auspicando «di non dover partecipare
di qui sei mesi ad una conferenza sullo stesso argomento».
L’obiettivo che la Conferenza si era prefissa, l’impegno politico
da parte dei partecipanti a sottoscrivere i due testi conclusivi della
riunione, é stato raggiunto. I «Principi di Parigi»
e gli “Impegni di Parigi”, la cui efficacia rimane peraltro
psicologica e non coercitiva, sottolineano la volontà degli Stati
di lottare in sinergia per la liberazione immediata di tutti i minori
soldato, di aumentare gli sforzi di reinserzione alla vita civile e di
creare un ambiente più protettivo nei confronti dell’infanzia.
La lista di
venti “Impegni” enumera una serie di misure pratiche atte
ad impedire ai minori di diventare reclute al soldo degli eserciti. Gli
Stati promettono di perseguire severamente tutti coloro che abbiano illegalmente
recrutato individui minori di 18 anni in gruppi o forze armate. Il testo
aggiunge che i crimini commessi contro minori non potranno rientrare in
alcuna disposizione di amnistia nel quadro degli eventuali accordi di
pace.
Precisa inoltre che i bambini soldati debbano potersi dimettere in qualsiasi
momento, a prescindere dalla durata e dall’intensità del
conflitto in corso e che si debba considerarli in primo luogo come vittime
di violazione del diritto internazionale e non soltanto come presunti
colpevoli. “Dovranno essere trattati in conformità alle norme
internazionali della giustizia minorile” stipula il testo di legge.
“Principi”
ed “Impegni” di Parigi sono lo specchio di un’evoluzione
importante compiuta sotto l’impulso della società civile
e recepita con attenzione dagli interlocutori sovranazionali.
La Corte Penale Internazionale é impegnata attualmente a giudicare
la condotta di Thomas Lubanga Dyilo ritenuto responsabile di aver arruolato
con la forza decine di bambini nella sua milizia colpevole di aver attaccato
la popolazione civile in numerosi villaggi della regione dell’Ituri
nel nord est della Repubblica Democratica del Congo.
“Nel passato i comandanti non subivano conseguenze per la loro condotta”
dichiara Jo Becker, direttrice della comunicazione esterna della Divisione
Diritti dell’Infanzia di Human Rights Watch «questo processo
invia un segno chiaro ai gruppi armati, il mondo li guarda, i capi possono
essere accusati ed i loro beni confiscati».
Un lungo percorso é stato compiuto rispetto a dieci anni fa, quando
la questione suscitava clamore, aggiunge Radhika Coomaraswamy, la rappresentante
speciale delle Nazioni Unite per l’Infanzia ed i Conflitti Armati.
«Ritengo che tale combattimento si possa paragonare a quello fatto
nel 19° secolo per l’abolizione della schiavitù.»
Ma c’é ancora molto lavoro da fare, raccogliere fondi, mettere
a punto dei progetti per reintegrare i minori alla vita civile, rimetterli
in relazione con le loro famiglie e l’ambiente dal quale sono stati
sottratti. In molti casi, il ritorno dei combattenti é traumatico
per il villaggio e per i parenti che rifiutano di accogliere quelli che
ormai non presentano altra connotazione se non quella di brutali assassini.
Abbandonati, i giovani non hanno altra scelta che tornare ai gruppi armati.
Senza interventi coerenti, i bambini soldato cresceranno per diventare
una generazione perduta di mercenari migranti.
Ishmael conclude il suo intervento a Parigi con una dichiarzione: «Diventare
soldato é facile, ma molto più complesso é ritrovare
in seguito la propria umanità perduta. E’ la battaglia più
difficile. Non si nasce violenti, lo si diventa».
Avv.
Giovanna Marsico
per Aquilone Blu
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