scritti

 

 

PICCOLI SCHIAVI NEL PIANETA GLOBALE
–Seconda Parte
tratto da “INFANZIA NEGATA – Piccoli schiavi nel pianeta globale” di LUCA LEONE
Prospettive Edizioni 2003


BAMBINI DI STRADA: LA CADUTA FINO ALL’INFERNO
Il fenomeno dei bambini di strada è appartenuto a tutte le società in diversi contesti storici. La letteratura del passato è piena di […] piccoli ladri e mendicanti, pastorelli e apprendisti, trattati come oggetti da padroni crudeli ed esigenti, ai quali i genitori li avevano ceduti per [pochi soldi].

Nel dramma infinito degli almeno 40 milioni di bambini di strada sudamericani, dei 20 milioni di loro piccoli compagni di sventura asiatici, dei 10 milioni di bimbi africani e mediorientali che hanno avuto in dote la stessa sorte, non esistono principi azzurri e fate buone. Esistono solo orchi e streghe cattive, e una vita fatta di violenza, stenti e abbruttimento. A volte questi bambini riescono a diventare adulti, ma vivono un’esistenza miserabile fatta di violenza, furti, deprivazioni, malattie, droghe, persecuzioni, finché non batte l’ora della fine.
I bambini di strada sono un fenomeno antico e il loro numero è in continuo aumento, man mano che cresce la popolazione mondiale e la globalizzazione rende più ricco chi già lo era e sempre più povero e indifeso che già viveva un’esistenza miserabile. I bambini di strada sono un fenomeno proprio di tutti i paesi in via di sviluppo, anche se i casi più eclatanti, come quello brasiliano, quasi fanno passare sotto silenzio gli altri. Forse è più facile parlare dei meninhos da rua brasiliani che occuparsi di almeno 10 milioni di bambini e ragazzi in stato di abbandono morale e materiale che vivono nei paesi industrializzati, nei quali milioni di cittadini sono sempre più privi di difese sociali.
Le caratteristiche dei bambini di strada, pur nella diversità delle lingue parlate e dell’appartenenza etnica, sono le stesse un po’ per tutti. Il caso brasiliano è il più eclatante, se non altro dal punto di vista delle cifre. Nel solo Brasile, infatti, vi sarebbero 500.000 prostitute di età inferiore ai 17 anni e 7,5 milioni di bambini che vivono esclusivamente per la strada. Il numero di bambini gravemente disagiati, tuttavia, nel solo Brasile salirebbe a circa 40 milioni. Inoltre, secondo alcune organizzazioni non governative – supportate da associazioni di difesa dei bambini sorte in Brasile – tra il 1988 e il 1991 sarebbero stati torturati e assassinati 5.644 bambini e adolescenti. I dati sono approssimati per difetto, poiché i corpi di molti bambini uccisi dagli squadroni della morte o dai poliziotti di ronda nelle favelas non sono mai stati ritrovati, o la loro scomparsa non è mai stata denunciata.

Esistono tre tipologie di bambini di strada:

  1. I BAMBINI NELLA STRADA. Sono il gruppo più numeroso. Si tratta di bambini e adolescenti che mantengono un legame con la famiglia e, a volte, anche con la scuola, ma che impegnano la maggior parte del loro tempo a cercare un lavoro o impiegati nelle occupazioni più umili proprio per aiutare la famiglia. Non sono ancora del tutto abbandonati a se stessi, anche se sono preda di aguzzini che li sfruttano e li sottopagano per lavori duri e pericolosi. Il passo successivo si compie quando per i bambini il rapporto con la famiglia di appartenenza diventa più sporadico. E’ a quel punto che la strada è diventata il loro mondo. Questi bimbi, cacciati o volutamente allontanatisi dalla famiglia, sono ormai diventati dei bambini sulla strada.
  2. I BAMBINI SULLA STRADA. Il passo successivo, la caduta fino all’inferno, si compie quando i bambini sulla strada perdono ogni contatto con la famiglia. Questo evento traumatizzante può verificarsi in diversi modi e per le più svariate cause: morte di uno o entrambi i genitori; abbandono, vendita o rapimento del fanciullo; fuga del bambino, magari invogliato da promesse che non saranno mantenute. Quando il distacco dalla famiglia è compiuto, il bambino sulla strada è ormai diventato un piccolo vagabondo senza più affetti dai quali ricevere forza o consolazione, in poche parole un piccolo alla mercé di un mondo troppo crudele, al quale non può sottrarsi.
  3. I BAMBINI DI STRADA. Al di la’ degli schematismi e delle classificazioni, tutti questi bimbi e adolescenti sono figli di famiglie povere, spesso orfani di uno o entrambi i genitori; tutti vivono per le strade l’intera esistenza o parte di essa, tornando la sera a dormire in un tugurio chiamato forse casa; tutti non hanno mai visto, o lo hanno fatto per una parte infinitesimale della loro esistenza, una scuola e sono soggetti alla violenza e alle attenzioni dei coetanei, dei bambini più grandi, degli adulti, siano questi ultimi disperati ammassati nelle bidonville, poliziotti senza scrupoli, mercanti di esseri umani, turisti del sesso; tutti, spinti dalla fame, dalla rabbia, dalla vergogna, rischiano di finire nella rete della criminalità, e per il solo fatto di essere bambini di strada vengono sbrigativamente considerati già dei criminali dalla polizia locale; tutti, infine, sono esposti alle più terribili malattie e sono soggetti all’uso e spaccio di droghe di infima qualità, delle quali prima o poi rimangono vittime. […] Hanno 6, 12, 16 anni, sniffano la colla, oppure olii cancerogeni, distruggendosi lentamente il cervello e accelerando la fine di un’esistenza a rischio. E nel caso fortuito in cui riescano a sopravvivere, diventano essi stessi spacciatori e dispensatori della loro stessa malasorte. Il rancore, la rabbia, la disperazione, la fame, la mancanza di una scolarizzazione, il ricordo delle violenze subìte e dei cattivi esempi impedisce a chi sopravvive a un’infanzia tormentata di elevarsi al di sopra del suo stato. In questi ex bambini di strada diventati adulti, sopra ogni speranza ormai bruciata prevale un indomabile sentimento di rivalsa, che li porta ad accanirsi contro chi è più debole di loro, in un ripetersi ciclico di violenze e dolore. Bambini e bambine di strada sono facili obiettivi per i trafficanti di esseri umani. Si moltiplicano, così, in ogni angolo del pianeta, stupri, rapimenti ed efferati commerci, aventi lo scopo di immettere le piccole vittime sul mercato del sesso o della pornografia infantile.

<Svilupperemo, per il caso Brasile, un argomento a parte. Anticipiamo soltanto che è uno dei paesi al mondo con i maggiori problemi legati alla prostituzione dei minori: 40 milioni di bambini e adolescenti di strada, alla mercé di tutti, del turismo sessuale, dei pedofili, del mercato della prostituzione e degli organi umani.>

IQBAL ALZO’ LA MANO E PRESE LA PAROLA
Iqbal aveva 12 anni. Quel giorno di un caldo aprile del 1995 stava giocando. Aveva cominciato a lavorare in una fabbrica di tappeti del Punjab a 4 anni, come nel mondo ancora accade a milioni di altri bambini. Iqbal era entrato in fabbrica per riscattare un debito che il padre aveva contratto per finanziare il matrimonio del figlio maggiore, debito che continuava ad aumentare a causa del tasso di interesse applicato dallo strozzino. Era il 1987, e il piccolo Iqbal a 4 anni venne venduto dal padre al fabbricante di tappeti per l’equivalente di 12 dollari. Nel 1992, all’età di poco più di 9 anni, Iqbal – il veterano del suo gruppo con più di 5 anni di schiavitù sulle spalle – fuggì con altri compagni dalla fabbrica di tappeti e partecipò a un incontro sui diritti umani. Fu proprio nel corso di questo incontro che Iqbal conobbe Eshan Ullah Khan, il sindacalista che sarebbe diventato la sua guida per intraprendere una nuova vita in difesa dei diritti dei bambini schiavi. Durante il dibattito Iqbal alzò la mano, prese la parola, cominciò a parlare, costruendo una parola dopo l’altra un discorso storico, con il quale denunciò la sua condizione di schiavo e quella dei suoi compagni di sventura. Il discorso di Iqbal fu ripreso dai giornali e fece il giro del mondo. Il piccolo schiavo coraggioso divenne una sorta di bambino-sindacalista, ma soprattutto un esempio per chi versava nella sua stessa condizione. Un nemico pericoloso per la mafia dei tappeti del Punjab. Eppure, gli sfruttatori nella poterono, anche utilizzando i metodi più brutali, contro l’effetto tam tam che, parola dopo parola, sussurro dopo sussurro, innalzò Iqbal al ruolo di eroe e guida di un numero sempre più ampio di piccoli schiavi. Così, la mafia dei tappeti del Punjab il 16 aprile 1995 fece uccidere il più giovane sindacalista della storia mentre pedalava spensierato come un bambino qualunque, con i suoi cugini Liaqat e Faryad, tra i vicoli luridi della sua città natale, Muridke.
Lo stato pakistano intervenne di peso sulla questione. Ma nel modo sbagliato. Islamabad non punì gli assassini di Iqbal, gli schiavisti del Punjab e quelli che costringono 8.000 bambini a cucire a mano, ogni anno, l’80 per cento dei palloni prodotti nel mondo. […] Iqbal è diventato un martire, troppo spesso oggetto di speculazioni improduttive. Come a dire che in troppi parlano, in occasione delle commemorazioni, ma in pochi agiscono per proclamare l’embargo contro gli oggetti contenenti mano d’opera minorile e congiuntamente per realizzare un osservatorio sovranazionale con poteri di denuncia nei confronti degli sfruttatori presso una Corte di Giustizia mondiale per i diritti dei fanciulli.
<Accanto alla storia di Iqbal ce ne sono tante altre: quella di Latif, bambino pakistano di 11 anni che sta sotto padrone a cucire a mano palloni per 9, 10 ore; Pedro, peruviano di 10 anni che sgobba per 10 ore al giorno con martello e piccone in una cava di pietre; Sebastiao, raccoglitore di immondizia a 7 anni>

Poi c’è la storia di Guri, una bambini nepalese che cuce tappeti, che più di una ogni altra rende il significato dell’essere bambino schiavo:
“Ci sorveglia un adulto. Si accerta che lavoriamo in continuazione. Quando si arrabbia, ci picchia con la bacchetta. E’ da un anno che lavoro qui, con le altre bambine. Alcune avevano solo 5 anni quando hanno iniziato. Mangiamo e dormiamo nel laboratorio; c’è poco spazio e l’aria è piena di polvere di lana. Per tessere un tappeto quattro bambini hanno un mese di tempo. Il capo dice che ha prestato dei soldi ai nostri genitori, che dovremo lavorare finchè non sarà ripagato il prestito. Ci possiamo riuscire solo se lavoriamo 16 ore al giorno, senza ammalarci”.

Forse Gui tornerà a casa quando le sue mani non saranno più così piccole e agili da volare sul telaio al quale è incatenata dai debiti dei genitori. Forse a casa non tornerà mai, perché quando non sarà più adatta al lavoro al telaio sarà venduta a qualche trafficante di carne da bordello. Comunque vada, anche se Guri riuscisse a tornare a casa, la sua schiavitù non finirebbe mai. Perché dentro continuerebbe a sentirsi schiava; perché non avrebbe possibilità di realizzazione sociale; perché avrebbe difficoltà a trovare un lavoro onesto; perché sarà analfabeta in un mondo, come ha imparato a sue spese, popolato di lupi cattivi che, di loro pugno, scrivono i finali di fiabe che in realtà sono libri dell’orrore; perché continuerà ad essere una bambina – o una giovane donna – in un mondo che non sa che cosa farsene di persone come lei, se non sfruttarle e poi buttarle via. Sarà, questa bambina, una cosa senza valore. E con lei milioni di altri sfortunati, figli sconosciuti ai più di questo mondo sbilanciato e globalizzato.

<In Argentina sono stimati in 180.000 i bambini che effettuano lavori rurali negli impianti di essiccazione del tabacco, così come nella raccolta delle cipolle, delle olive e del cotone. La postura alla quale sono costretti per raccogliere tali generi alimentari rovinano per sempre la loro colonna vertebrale. In Paraguay lavorano fuori casa 265.411 minori tra i 5 e i 17 anni. Nelle aree urbane l’80% dei bambini tra i 5 e i 9 anni lavora lontano dalla famiglia e il 64 per cento di essi lavora 6-7 giorni a settimana. In India sono impiegati 55 milioni di piccoli in diverse attività produttive. Nel solo Assam lavorano 125.000 bambini nelle piantagioni di tè. >

I guai ai quali vanno incontro i bambini impegnati nelle attività produttive sopra elencate sono tantissimi e non meno gravi. Oltre alle lesioni fisiche, alle menomazioni, ai traumi psicologici provocati dalle minacce, dalle violenze, dalla pericolosità e dalla ripetitività delle attività lavorative svolte, i piccoli lavoratori sono sottoposti agli effetti dannosi delle sostanze tossiche che inalano. E’ il caso dei bambini impiegati nell’industria dei tappeti, dei baby minatori, dei piccoli conciatori di pelli. Il dramma dei piccoli schiavi dell’industria dei tappeti nepalese è tra i più dolorosi in assoluto. Secondo i dati dell’Unicef 4,5 milioni di minori, il 60 per cento dei bambini nepalesi, svolgono attività lavorative che ostacolano il loro normale sviluppo. I bambini non devono far fronte solo alle condizioni insalubri, a un’alimentazione insufficiente, a uno stipendio da fame (6 dollari al mese): per le ragazze (il 12 per cento) c’è anche l’incubo delle molestie sessuali da parte dei lavoratori adulti con i quali dividono la camerata durante la notte.

a cura di Greta Blu
Aquilone Blu O.n.l.u.s.