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SE L'ORCO E' LEI

l'inchiesta del settimanale ANNA sulla pedofilia femminile - N. 15 del 13 aprile 2004

di Silvia Ferraris

Maria, quattro anni, entra con la mamma nello studio di una pediatra. Il medico conferma i sospetti dei genitori: la bambina ha un'infezione vaginale. La pediatra prescrive la cura, consiglia di far indossare alla bambina slip più aderenti, e di vietarle di sedersi a terra. Un giorno, la madre vede Maria armeggiare con un pennarello fra le gambe. La sgrida, le spiega che fa male a fare quel gioco, perché certamente è stato causa della sua malattia. Maria ribatte che quel gioco "glielo ha insegnato la maestra". Quindi, si può fare. La mamma ammutolisce e corre al telefono. La classe della scuola materna che Maria frequenta ha 12 alunni. La madre di Maria rintraccia, una per una, le altre madri. Si consultano, si riuniscono, si accordano sul modo migliore per interrogare i propri figli. Dai racconti dei bambini emerge un quadro dettagliato: la maestra avrebbe accompagnato i piccoli in bagno per "giocare" con loro, con pennarelli e altri oggetti. Così scatta la denuncia.

Quella scoperta dopo un rientro imprevisto

Giovanni, cinque anni, si comporta in modo strano. La madre, che per lavoro trascorre molte ore fuori casa, decide di tenerlo d'occhio per un po'. Un pomeriggio rientra prima del previsto e trova questa scena: il bambino piange, disperato. La babysitter è nuda dalla vita in giù. L'accusa, per la ragazza (italiana, incensurata), sarà "violenza sessuale". La babysitter avrebbe costretto il piccolo a fare sesso orale con lei, dietro minacce e ricatti. I genitori, che non sospettavano nulla, sono sconvolti. Ora il bambino è in cura da una psicologa, per capire se la violenza lascerà il segno. Dunque c'è anche lei, la "donna pedofila", nelle tragedie familiari che mobilitano avvocati, psicologi, assistenti sociali. «Siamo abituati ad associare la parola pedofilia alla parola "uomo". Così come, quando diciamo "abuso sessuale", pensiamo subito alla penetrazione. Ma non sempre è così», racconta Loredana Petrone, psicologa del Movimento Italiano Genitori Moige, associazione che combatte la pedofilia (vedi box in questa pagina).
«La percentuale di donne che abusano sessualmente dei bambini, sul totale dei pedofili, è molto bassa, ma c'è», continua la psicologa. «Rispetto ai maschi le donne esercitano una violenza di tipo psicologico. Gli uomini mettono quasi sempre in atto le loro fantasie: le donne no. Ma molti studiosi, tra i quali la psicoanalista Alice Miller, concordano sul fatto che gli abusi psicologici, prolungati nel tempo, siano i più devastanti».
Il caso più recente riguarda ancora una volta una babysitter, a Milano. Trent'anni, straniera, è stata arrestata con l'accusa di maltrattamenti, violenze e molestie sessuali su due bambini di otto e cinque anni che le erano stati affidati dai genitori.


Se lo racconti uccido il tuo cane

Secondo il racconto dei piccoli, lei li avrebbe seviziati con arnesi da cucina. Rinchiusi per ore, nudi, nel box doccia. Terrorizzati e ricattati con minacce continue, tipo: "Se lo racconti a tua madre, ti ammazzo il cane". Le indagini sono appena cominciate.
Non solo babysitter. Ci sono anche le cattive madri. La cronaca qualche volta racconta i loro reati. Molte storie, però, non finiscono in prima pagina, perché sono troppo complicate. Come questa, segnalata al Moige.
«Un uomo, italiano, separato dalla moglie, scopre durante una vacanza con la figlia che la bambina, sei anni, parla continuamente di sesso. Una cosa piuttosto strana. Così l'uomo interroga l'ex moglie, che vive all'estero (la bambina trascorre la maggior parte dell'anno con lei). La donna cade dalle nuvole, ma il padre va a fondo. Porta la figlia da uno psicologo. L'esperto stabilisce che la bambina ha subito una "dannosa sollecitazione di tipo sessuale". Una perizia successiva accerta che la piccola è stata testimone dei rapporti sessuali tra la madre e il suo nuovo compagno: tanto da poter descrivere nei dettagli rapporti anali, orali, masturbazioni. A questo punto il padre decide di non rispedire la figlia all'ex moglie. La donna lo denuncia al Tribunale dell'Aja per sottrazione di minore. La causa è in corso». I casi sono complicati. A volte è molto difficile distinguere. Anche perché molti genitori, separati e in guerra tra loro, usano l'accusa delle molestie sessuali come ricatto per ottenere l'affidamento esclusivo del bambino. Un'arma frequente, adoperata per sottrarre definitivamente il figlio all'ex partner.
Donne malate. Ai genitori e ai bambini in difficoltà, in questi ultimi anni, è giunto un valido aiuto da parte delle associazioni di volontariato che tutelano l'infanzia. Una di queste è a Milano e si chiama "Aquilone Blu" (vedi box a pag.73). La vice presidente è un avvocato civilista, Claudia Marsico, madre di due bambini.

«Un convegno ha fatto luce sui numeri del malessere», racconta Claudia Marsico. «Cresce il numero dei minorenni che giungono nei Pronto soccorso per bruciature, ferite superficiali. A provocarle non sono più solo gli uomini ma anche donne, della famiglia o vicine alla famiglia. Le donne che picchiano sono più numerose rispetto a quelle che violentano. E nei casi da manuale, in cui la pedofila è la madre, quasi sempre si tratta di donne psicologicamente disturbate». I maltrattamenti sui minori, in Italia, si classificano così: 25 per cento di botte; 20 per cento di abusi sessuali; 30 per cento di trascuratezza; 25 per cento di abusi psicologici (anno 2002). Degli abusi sessuali sono responsabili per la stragrande maggioranza dei casi gli uomini. Le donne incidono nelle statistiche in misura irrisoria (2 per cento). L'età delle vittime si aggira sempre sui quattro, cinque anni. «Ma ci sono anche casi», racconta Claudia Marsico, «di bambine e bambini di pochi mesi».

«Difficile, per una donna normale, comprendere quale piacere si possa trarre da un rapporto con un bambino sessualmente immaturo», continua la psicologa del Moige Loredana Petrone. «Eppure ci sono stati casi di donne che hanno iniettato nel corpo dei piccoli sostanze chimiche, le prostaglandine, per stimolare l'erezione, in modo da poter "usare" il pene del bambino per la penetrazione. Non sono leggende, purtroppo. Si tratta di donne disturbate, certo. Ma anche di donne che esercitano volontariamente questo tipo di violenza per riscattare quella subita, a loro volta, da un uomo, nell'infanzia. Spesso il pedofilo, o la pedofila, sono infatti persone che hanno alle spalle un passato di molestie o di violenze...».
Ma come si fa a capire se un bambino è stato molestato da un adulto? Qualche volta, si ricorre ai suoi disegni. «C'è chi li ritiene fonte indubitabile di verità. Ma anche chi non li prende nemmeno in considerazione», dice l'avvocato penalista Andrea Del Corno, che collabora con l'associazione di Milano "Aquilone Blu". «Naturalmente, però, un disegno non basta. Psichiatri e specialisti sottopongono i bambini a molte altre prove, complesse e approfondite. Più spesso, si esaminano una serie di comportamenti ritenuti "campanelli di allarme". Per esempio, i bambini molestati riprendono a farsi la pipì addosso. Oppure usano oggetti per imitare, o mimare, ciò che è accaduto».
Uno dei problemi più grandi dei processi per pedofilia è il tempo. Bisogna fare in fretta. I bambini, istintivamente, tendono a rimuovere i ricordi per proteggersi dal dolore. E, se vengono ascoltati dagli investigatori a distanza di mesi dai fatti, c'è il rischio che vengano giudicati inattendibili. La verità dovrebbe essere ricostruita immediatamente. Invece, a volte, trascorrono anche tre anni. Un intervallo che sbiadisce il ricordo e rende più difficile fare chiarezza. E giustizia.


I momenti difficili del processo

I processi sono dolorosissimi da gestire, dice Andrea Del Corno. Bombe di emotività. Anche perché il poliziotto, il giudice, l'avvocato, sono padri, madri. Ognuno vede nel bambino umiliato il proprio figlio. Che cosa rischiano una madre, o un padre, che molestano un figlio? «La misura cautelare classica, che scatta per i reati di pedofilia, è la carcerazione preventiva, cioè l'arresto», risponde Andrea Del Corno. «Segue, in genere, l'allontanamento del piccolo dalla famiglia: distacco purtroppo,spesso un po' troppo violento. Il bambino viene affidato a comunità, case-famiglia specializzate. In attesa di trovare una famiglia affidataria, o di tornare nella sua, se la legge dovesse consentirlo». L'esito dei processi dipende da tante variabili, impossibile generalizzare. «A me sono capitati casi che si sono conclusi con condanne fino a cinque, sei anni di carcere», conclude Del Corno. Per qualcuno non è mai abbastanza.