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LA STAMPA di Torino, 14 dicembre 2000




Il sorriso dei bambini di cristallo

 Tra i piccoli malati di Aids a Bucarest     Evelina Christillin
 

    BUCAREST

Gli occhi di Andreia ti fissano allegri e sembrano parlarti attraverso la cornice che circonda il suo viso; è morta di Aids l’anno scorso, Andreia, dodici anni appena e una storia che la fotografia appesa al muro riassume nel sorriso di un’innocenza senza domani. 
Siamo a Bucarest, l’ospedale è il Victor Babes, un colosso di cemento annerito che ospita un reparto dedicato ai bambini malati di Aids. 
Gli italiani sono arrivati in questa anticamera dell’inferno alcuni anni fa, grazie a un’inchiesta televisiva curata da Mino D’Amato; decine e decine di creature ammucchiate e abbandonate a se stesse tra sporcizia, incuria e disinteresse, visi denutriti, corpicini massacrati da eczemi, ferite e cicatrici, pronti solo ad essere frettolosamente avvolti in un sacco al momento della fine.
Andarsene senza memoria di quell’orrore era impossibile.
E’ cominciata così la crociata di Mino e della sua "Fondazione bambini in emergenza", che oggi, nelle viscere del vecchio Babes, cura un centinaio di queste creature di cristallo paradigmaticamente sospese su un ponte senza sbocco.
"Allunghiamo loro la strada accompagnandoli per mano", spiegano i volontari della Fondazione con cui siamo tornati a Bucarest. 
Assistenti romeni e italiani affollano i due padiglioni dei bambini ammalati, tutti affetti da Aids conclamato; l’hanno preso da vaccinazioni e trasfusioni effettuate con siringhe riutilizzate alla rinfusa negli ospedali cittadini, quando la sanità di Ceausescu era un optional per pochi eletti. 

Così, alle soglie del terzo millennio, l’Aids ha ricreato in Romania un fenomeno sinistramente parallelo a quello provocato dalla fame negli anni bui del Settecento europeo: l’abbandono dei fanciulli da parte di famiglie stremate e impaurite, un terrificante universo di nuovi esposti. 
Sono dolcissimi, i bambini di "Casa Andreia"; infagottati nelle loro tutine sbiadite da infiniti lavaggi, tendono le mani e abbracciano chiunque si avvicini.
Se per i coetanei "normali" il contatto fisico è la cosa più naturale e quotidiana, per loro invece è il frutto proibito; pochi infatti sono quelli che hanno il coraggio di abbracciarli.
Così, quando arrivano i dentisti italiani per curare le loro bocche disastrate, c’è la corsa a sedersi per primi sulla famigerata poltrona bianca; non fiatano, non protestano, non piangono.
Mentre Alberto e Francesca operano, trapanano, suturano, loro si fanno accarezzare la fronte e stringono forte la mano della volontaria che gli siede accanto; alla fine, ringraziano e accettano timidamente un giocattolo in premio.
Mariana, la più coraggiosa, chiede addirittura se può fare da assistente; rivestita di camice e mascherina, sorride fiera senza più denti. 
Nella stanza accanto, i dermatologi hanno attrezzato una vera e propria catena di montaggio; in due giorni, sono più di cinquanta i bambini da curare.

Hanno i "molluschi", delle escrescenze che, se non vengono estirpate, possono raggiungere le dimensioni di una ciliegia; bardati come palombari, Giuseppe e Vittoria raccolgono i piccoli pazienti già spogliati e grattano orecchie, nasi, colli, gambe e orbite oculari.
Lucian, undici anni che sembrano cinque, non resiste al dolore e urla "mamma"; non l’ha mai conosciuta, è stato abbandonato a tre mesi.
Il sangue "infetto" che inzuppa garze e cerotti, a guardarlo bene, è proprio rosso, denso e uguale all’ "altro"; così, alla fine della seduta, medici e volontari stipano su due decrepite "Dacia" alcuni di questi bambini, i meno gravi, che altro non chiedono che di essere normali.
Almeno per un giorno, almeno per un’ora.
Destinazione Mc Donald’s, dunque, e poi i grandi magazzini per gli acquisti di Natale.
"Vorrei andare in Italia", dice Teodora addentando un hamburger, "ma ho solo dodici anni.Tu eri malata alla mia età?".
Francesca deglutisce a fatica e le risponde di sì, che poi è guarita: "A sedici anni Teodora, vedrai che verrai".
Scende una gelida sera di dicembre su questa metropoli dove tutto è grigio, spettrale, vuoto e gigantesco, dove i buchi e i rigagnoli evocano un affresco del più terrificante Ridley Scott; torniamo a casa, al vecchio Babes, l’unica casa che Mariana, Jana, Teodora, Lucian, Dodo, Sarina e gli altri hanno mai conosciuto e conosceranno mai. 
La radio gracchiante della "Dacia" trasmette le note struggenti dell’ "Isola dei morti" di Rachmaninov: torneremo, statene certi. 

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a cura di Cristian e Greta