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A Khan Younis, il più grande campo profughi della Striscia di Gaza, una mostra raccoglie le immagini della guerra realizzate dai piccoli palestinesi: pastelli, acquerelli, matite colorate raccontano scene di morte e di lotta che sono diventate il simbolo della nuova Intifada. Una realtà dove la violenza rappresenta l'unico modello da seguire.

REPORTAGE

Il conflitto con gli israeliani visto attraverso gli occhi dei bambini palestinesi

LA GUERRA? Ti faccio un disegno di Guillaume Fontaine.

Foto Theo/Synchro X/Saola/G.Neri 

Le date della crisi

LA NUOVA INTIFADA 

28 settembre 2000: Ariel Sharon, presidente del Likud, la destra israeliana, visita la Spianata delle Moschee di Gerusalemme: è la scintilla che fa reagire i palestinesi.

29 settembre: i palestinesi lanciano pietre contro gli ebrei raccolti al Muro del pianto a Gerusalemme. Intervengono i militari israeliani: sette palestinesi morti e oltre 200 feriti. Gli scontri si estendono ad alcune città della Cisgiordania. 

1-2 ottobre: la nuova intifada dilaga anche tra i palestinesi in Israele. 

12 ottobre: due militari israeliani vengono linciati a Ramallah.

16-17 ottobre: primo vertice a Sharm El Sheikh, tra Arafat e il premier israeliano Ehud Barak con la mediazione di Clinton.

6 dicembre: Barak si dimette, nuove elezioni il 6 febbraio 2001. 

26 dicembre: Clinton propone alle parti un accordo di pace che diventa la base da cui far ripartire le trattative. 

gennaio 2001: dopo un inizio ottimistico, il dialogo si blocca; comincia il conto alla rovescia verso le elezioni israeliane, in attesa del passaggio di consegne alla Casa Bianca da Clinton a Bush. 

 

"Israeliani contro palestinesi": è il gioco più popolare tra i bambini di Khan Younis, il più grande campo profughi della Striscia di Gaza: il "palestinese buono" tira pietre vere all' "israeliano cattivo", armato di mitragliatrici di legno, imitazioni degli M16. Si ripetono all'infinito gli scontri che le immagini televisive hanno diffuso in tutto il mondo, come quelli che hanno portato all'uccisione del piccolo Mohammad, avvenuta il 1° ottobre 2000, mentre il padre tentava invano di proteggerlo con le mani, e il linciaggio dei due soldati israeliani a Ramallah. 

Immagini forti che i bambini hanno descritto in più di 150 disegni, esposti in una stanza del centro di "Culture et Pensée Libre" di Gaza: soldati israeliani che sparano ai bambini, grosse pietre che cadono sui mezzi blindati, elicotteri e aerei che gettano bombe sulla folla. Tutti ricchi di dettagli: rovine, fumo, gente che piange, proprio come i filmati della televisione palestinese quando manda in onda la nuova Intifada. Storie che i bambini hanno visto o sentito, oppure inventate da loro stessi, in cui loro hanno il ruolo di protagonisti. Così ogni scontro si ingigantisce e si trasforma a seconda di chi lo racconta. Davanti ai giornalisti ogni bambino palestinese crede di dover dimostrare di poter diventare un martire. Persino i foto-reporter hanno imparato a non stare troppo a lungo in mezzo agli scontri: per una foto i ragazzini palestinesi possono provocare una sparatoria in attesa della pallottola a cui sacrificarsi. A 10 anni i bambini sono già senza controllo e non riconoscono nessun tipo di autorità. I loro genitori sanno che sarebbe assurdo cercare di tenerli chiusi in case che sono comunque troppo piccole. Così i giovanissimi di Khan Younis vivono per strada e ogni settimana i giornali riportano, e condannano, la morte di bambini colpiti da pallottole mentre tornano a casa. Ma per loro passare vicino ai luoghi degli scontri è quasi scontato, proprio come lo era un tempo nell'Irlanda del Nord, quando lanciare un sasso contro i soldati inglesi era considerato un gesto dovuto. 

Se si ascoltano certe voci qualcuno potrebbe pensare che i bambini partecipino direttamente all'Intifada. Ma in realtà Mariam, il direttore del centro di "Culture et Pensée Libre", dice che i disegni sono nella maggior parte dei casi "immagini di immagini". Secondo l'Unicef solo l'1% dei bambini palestinesi va dove ci sono gli scontri. Ciononostante alcuni di loro giurano di aver visto quando è stato ucciso il piccolo Mohammad a Netsarim. "Il processo di autopersuasione è automatico" spiega Mariam; "nei disegni c'è anche molta fantasia: le pietre lanciate sono enormi perché sono la grande arma dei palestinesi"

E molta della tensione interna ai territori viene proprio dall'onnipresenza delle immagini: i muri della città sono coperti di graffiti, tappezzati con i poster di ogni martire caduto durante gli scontri. Il paradosso è che queste icone della guerra che spaventano i bambini sono diventate allo stesso tempo oggetto di culto. "Per loro è necessario rappresentare queste scene per liberarsi della paura. Disegnare è come mettere un po' di distanza tra loro e il trauma della guerra". Non c'è mai nulla di anonimo nei loro disegni: ogni dettaglio racconta la storia della famiglia o di un evento che ha lasciato il segno. "Per entrare in contatto con loro", conclude Mariam, "l'insegnante deve diventare un punto di riferimento, senza creare alcun conflitto. Per noi è già una grande conquista quando, dopo la scuola, vengono al centro senza passare dai luoghi degli scontri". 

 

Il rapporto tra i ragazzini e gli insegnanti è la chiave per superare la mancanza di fiducia verso il mondo. Infatti fin da piccoli tendono a non aver fiducia in nessuno: rifiutare qualcuno per loro è automatico. La loro violenza, come accade a tutti gli altri bambini del mondo, esprime dolore, disagio e diffidenza: se sei straniero, probabilmente sei un nemico. Per strada, quando incontrano qualcuno, lo salutano mettendolo alla prova: dicono "shalom" e se la risposta è in ebraico gli tirano le pietre. 

G.F. 

(A cura di Sara Casassa) 

DISEGNARE

per sopravvivere 

L'impatto della guerra sui piccoli è terribile. Per un bambino che si trova coinvolto e spettatore di simili orrori, disegnare è un modo per esorcizzare la paura, il lutto, la disperazione, la solitudine di vedersi privato della possibilità di fare affidamento su adulti responsabili, capaci di intendersi tra loro e rispettarsi. Così, nei disegni di questi bambini palestinesi, c'è l'orrore della guerra, espresso nelle forme del disegno adolescenziale e preadolescenziale ma già segnato dal condizionamento delle tragiche esperienze degli adulti. Così, questi disegni sembrano "fumetti di guerra" con divise, bandiere, bombe, filo spinato, distruzioni, paura e lacrime di donne e bambini. Il più sconvolgente di questi disegni, però, è quello nel quale un uomo e un bambino, padre e figlio, ripiegati come feti su se stessi e abbracciati insieme, cercano di difendersi dai proiettili. Sappiamo, per averlo visto con angoscia in televisione, che quel gesto è stato tragicamente inutile. E non è un caso che quell'immagine sia presente anche in altri disegni, come un simbolo, come un disperato appello alla pace, alla fine di ogni orrore. Ma quando gli adulti finiranno di uccidere così le speranze dei bambini?

Maria Rita Parsi 

per gentile concessione di:

"SORRISI CANZONI TV" N. 5/2001 per il testo

Agenzia "SAOLA" di Parigi e "GRAZIA NERI" di Milano 
per i disegni dei bambini 
Dott.ssa Maria Rita Parsi 

 

 

a cura di Cristian e Greta