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| A Khan Younis, il più
grande campo profughi della Striscia di Gaza, una mostra raccoglie le
immagini della guerra realizzate dai piccoli palestinesi: pastelli, acquerelli,
matite colorate raccontano scene di morte e di lotta che sono diventate
il simbolo della nuova Intifada. Una realtà dove la violenza rappresenta
l'unico modello da seguire.
REPORTAGE Il conflitto con gli israeliani visto attraverso gli occhi dei bambini palestinesi LA GUERRA? Ti faccio un disegno di Guillaume Fontaine. Foto Theo/Synchro X/Saola/G.Neri
"Israeliani contro palestinesi": è il gioco più popolare tra i bambini di Khan Younis, il più grande campo profughi della Striscia di Gaza: il "palestinese buono" tira pietre vere all' "israeliano cattivo", armato di mitragliatrici di legno, imitazioni degli M16. Si ripetono all'infinito gli scontri che le immagini televisive hanno diffuso in tutto il mondo, come quelli che hanno portato all'uccisione del piccolo Mohammad, avvenuta il 1° ottobre 2000, mentre il padre tentava invano di proteggerlo con le mani, e il linciaggio dei due soldati israeliani a Ramallah.
Immagini forti che i bambini hanno descritto in più di 150 disegni, esposti in una stanza del centro di "Culture et Pensée Libre" di Gaza: soldati israeliani che sparano ai bambini, grosse pietre che cadono sui mezzi blindati, elicotteri e aerei che gettano bombe sulla folla. Tutti ricchi di dettagli: rovine, fumo, gente che piange, proprio come i filmati della televisione palestinese quando manda in onda la nuova Intifada. Storie che i bambini hanno visto o sentito, oppure inventate da loro stessi, in cui loro hanno il ruolo di protagonisti. Così ogni scontro si ingigantisce e si trasforma a seconda di chi lo racconta. Davanti ai giornalisti ogni bambino palestinese crede di dover dimostrare di poter diventare un martire. Persino i foto-reporter hanno imparato a non stare troppo a lungo in mezzo agli scontri: per una foto i ragazzini palestinesi possono provocare una sparatoria in attesa della pallottola a cui sacrificarsi. A 10 anni i bambini sono già senza controllo e non riconoscono nessun tipo di autorità. I loro genitori sanno che sarebbe assurdo cercare di tenerli chiusi in case che sono comunque troppo piccole. Così i giovanissimi di Khan Younis vivono per strada e ogni settimana i giornali riportano, e condannano, la morte di bambini colpiti da pallottole mentre tornano a casa. Ma per loro passare vicino ai luoghi degli scontri è quasi scontato, proprio come lo era un tempo nell'Irlanda del Nord, quando lanciare un sasso contro i soldati inglesi era considerato un gesto dovuto.
Se si ascoltano certe voci qualcuno potrebbe pensare che i bambini partecipino direttamente all'Intifada. Ma in realtà Mariam, il direttore del centro di "Culture et Pensée Libre", dice che i disegni sono nella maggior parte dei casi "immagini di immagini". Secondo l'Unicef solo l'1% dei bambini palestinesi va dove ci sono gli scontri. Ciononostante alcuni di loro giurano di aver visto quando è stato ucciso il piccolo Mohammad a Netsarim. "Il processo di autopersuasione è automatico" spiega Mariam; "nei disegni c'è anche molta fantasia: le pietre lanciate sono enormi perché sono la grande arma dei palestinesi".
E molta della tensione interna ai territori viene proprio dall'onnipresenza delle immagini: i muri della città sono coperti di graffiti, tappezzati con i poster di ogni martire caduto durante gli scontri. Il paradosso è che queste icone della guerra che spaventano i bambini sono diventate allo stesso tempo oggetto di culto. "Per loro è necessario rappresentare queste scene per liberarsi della paura. Disegnare è come mettere un po' di distanza tra loro e il trauma della guerra". Non c'è mai nulla di anonimo nei loro disegni: ogni dettaglio racconta la storia della famiglia o di un evento che ha lasciato il segno. "Per entrare in contatto con loro", conclude Mariam, "l'insegnante deve diventare un punto di riferimento, senza creare alcun conflitto. Per noi è già una grande conquista quando, dopo la scuola, vengono al centro senza passare dai luoghi degli scontri".
Il rapporto tra i ragazzini e gli insegnanti è la chiave per superare la mancanza di fiducia verso il mondo. Infatti fin da piccoli tendono a non aver fiducia in nessuno: rifiutare qualcuno per loro è automatico. La loro violenza, come accade a tutti gli altri bambini del mondo, esprime dolore, disagio e diffidenza: se sei straniero, probabilmente sei un nemico. Per strada, quando incontrano qualcuno, lo salutano mettendolo alla prova: dicono "shalom" e se la risposta è in ebraico gli tirano le pietre. G.F. (A cura di Sara Casassa)
per gentile concessione di: "SORRISI CANZONI TV" N. 5/2001 per il testo Agenzia "SAOLA" di Parigi e "GRAZIA NERI" di
Milano
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